Sauditi ed Emirati ricuciono contro gli Houthi, ma non sullo Yemen che verrà

Basta un nemico comune a ricomporre la frattura tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sullo Yemen? Jonathan Fenton Harvey, in un articolo per Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, risponde che la minaccia degli Houthi offre l’occasione per accantonare i dissidi, ma che le divergenze sul futuro del Paese rischiano di ridurre l’efficacia della cooperazione militare e di aggravare la frammentazione nelle aree non controllate dai ribelli.
Il segnale pubblico è l’incontro del 18 ottobre ad Abu Dhabi tra il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman e il presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Il comunicato ufficiale non cita alcuna intesa militare. Il Guardian ha però riferito che Abu Dhabi avrebbe accettato di riprendere i pagamenti alle forze filogovernative che sosteneva nel sud, mentre l’aeronautica saudita fornirebbe loro appoggio contro gli Houthi. I media di entrambi i Paesi hanno intanto adottato toni concilianti.
L’intesa arriva dopo la rottura del dicembre 2025, quando le forze del Consiglio di transizione del Sud (Southern Transitional Council, STC), sostenuto dagli Emirati, presero ampie zone delle province di Hadramawt e al-Mahra, al confine con l’Arabia Saudita. Riyad lesse l’avanzata come minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale. Ne seguirono un raid aereo guidato dai sauditi su un carico di armi nel porto di Mukalla, l’intimazione agli Emirati di ritirare le forze rimaste e un forte indebolimento dell’STC.
Le radici sono più antiche. Dal 2015, anno d’inizio della guerra contro gli Houthi (Ansar Allah), Riyad ha puntato sul governo riconosciuto a livello internazionale, mentre Abu Dhabi ha coltivato gruppi armati meridionali, tra cui l’STC. I sauditi volevano un esecutivo unitario in grado di battere i ribelli. Gli Emirati privilegiavano l’indipendenza del sud, anche per il controllo di porti come Aden, vicino all’imboccatura del Mar Rosso. Nel 2019 i combattimenti per Aden si chiusero con un fragile accordo di spartizione del potere.
Secondo l’autore, ridurre il quadro a un contrasto tra governo e separatisti occulta il ricorso di entrambi a una rete di partner armati locali. È proprio questa rete a consentire agli Emirati di rientrare senza schierare truppe proprie. Un coinvolgimento diretto appare improbabile: gli Houthi hanno già colpito il territorio emiratino, in particolare nel 2022, e Abu Dhabi ha subìto intensi attacchi missilistici e con droni iraniani da quando Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra contro l’Iran. Pesano anche le capacità di attacco degli Houthi, nettamente migliorate.
La leva emiratina resta tuttavia ampia. Abu Dhabi ha costruito influenza con milizie efficaci come le Brigate dei Giganti e le Forze di resistenza nazionale di Tarek Saleh. Alcune fazioni si sono fuse nelle strutture militari a guida saudita dopo la sospensione dei finanziamenti diretti, ma reti di comando residue e fedeltà personali sono rimaste. Il punto, scrive Harvey, è se queste risorse rafforzeranno la coalizione o limiteranno le opzioni di Riyad nel sud, con il pericolo di strutture parallele nei territori fuori dal controllo houthi.
Un secondo fronte di attrito è il partito islamista Islah, ritenuto vicino ai Fratelli musulmani. Riyad mantiene rapporti con i suoi esponenti dentro il governo riconosciuto; Abu Dhabi non ammette compromessi e, secondo fonti citate dall’autore, avrebbe assoldato mercenari per assassinarne i dirigenti. La concordia sul nemico non implica quindi accordo su quali attori yemeniti rafforzare.
Pesano anche i negoziati. Dalla tregua mediata dall’ONU nell’aprile 2022 Riyad cerca un’uscita negoziata dal conflitto, ma i nuovi attacchi houthi sul proprio territorio, compresi quelli mortali all’aeroporto di Riyad e alle infrastrutture petrolifere, mostrano i limiti della politica di contenimento. L’Arabia Saudita ha chiesto sostegno difensivo a Turchia, Pakistan ed Egitto nel quadro dell’Alleanza di difesa della Mecca, segno che guarda oltre il tradizionale appoggio emiratino. Le fazioni meridionali restano inoltre divise su indipendenza, autonomia e ripartizione del potere, con tensioni anteriori all’unificazione del 1990.
La verifica, per l’autore, sta in tre elementi: finanziamenti verificabili, strutture di comando coerenti e un processo politico che includa le fazioni rivali. In loro assenza la coalizione che oggi combatte gli Houthi potrebbe sgretolarsi domani, alimentando l’instabilità yemenita.
Il commento di GrNet.it
Il comunicato del 18 ottobre non annuncia alcun accordo militare sullo Yemen, e ciò che si sa di pagamenti e copertura aerea poggia sul resoconto di un quotidiano: è un dato riferito, non un dato documentato, e va trattato come tale. Sul piano operativo, un appoggio aereo saudita a forze terrestri finanziate da Abu Dhabi, con comandi residui e lealtà personali non allineate, pone problemi di coordinamento e di responsabilità che nessun incontro al vertice risolve. Per l’Italia, che dipende dalla sicurezza delle rotte attorno al Mar Rosso, la domanda aperta è se una coalizione tenuta insieme dal solo nemico comune sia in grado di garantire stabilità, oppure se produca soltanto un altro periodo di tregua fra due agende divergenti.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 2 novembre 2026






