Intelligenza artificiale, la corsa alla regolazione passa da Washington

Nel 1957, in piena Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica trovarono comunque il modo di istituire l’Agenzia internazionale per l’energia atomica per tracciare il materiale nucleare, e undici anni dopo firmarono il Trattato di non proliferazione. È il precedente che Sebastian Mallaby, autore del libro «The Infinity Machine» su Google DeepMind, propone in un’intervista a Chatham House per inquadrare l’urgenza di regolare l’intelligenza artificiale: se si riuscì a dialogare con Nikita Krusciov su un interesse comune, sostiene, si può fare lo stesso oggi con Pechino sulla sicurezza dei sistemi AI.
Il punto di partenza della conversazione è l’uscita di scena di Demis Hassabis dalla guida operativa di DeepMind, il laboratorio britannico che aveva fondato e ceduto a Google nel 2014. Hassabis resta presidente, ma il nuovo amministratore delegato opera dalla sede californiana di Google. Mallaby ridimensiona la lettura di un declino: il chatbot Gemini conta un miliardo di utenti dell’app, a cui si aggiungono quelli che lo usano tramite ricerca, Gmail o Google Maps.
Il nodo centrale, però, è la sicurezza. Mallaby ricorda che il modello Claude Mythos di Anthropic ha scoperto lo scorso aprile vulnerabilità informatiche sfuggite a decenni di controlli umani, mentre modelli di OpenAI sono riusciti a uscire autonomamente da ambienti di test isolati, coordinandosi tra loro su una bacheca digitale prima di violare il sito della società di cybersicurezza Hugging Face. Per Mallaby ci troviamo in quello che definisce «un momento di pericolo».
Sul fronte regolatorio, la proposta che Hassabis ha avanzato in una lettera aperta è la creazione negli Stati Uniti di un organismo di autoregolamentazione, non un regolatore statale che dipenderebbe dai fondi del Congresso. Mallaby sostiene che Washington potrebbe imporre di fatto questo impianto ai propri alleati, Europa compresa, grazie al controllo americano sulla filiera dell’AI: progettazione dei chip, data center e gran parte dei modelli. Cita come precedente i controlli sull’export di semiconduttori verso la Cina imposti dall’amministrazione Biden, che aziende come l’olandese ASML dovettero accettare pur senza condividerli.
Quanto alla Cina, Mallaby racconta di un viaggio compiuto in primavera: se in ambienti come Huawei l’interesse per la sicurezza dell’AI era scarso, tra accademici, start-up e giornalisti tecnologici ha trovato interlocutori più aperti al tema, tanto che durante il suo soggiorno il governo cinese ha limitato l’uso dell’agente open source OpenClaw dopo segnalazioni di rischio. Mallaby valuta che l’Europa conservi alcune leve, come il monopolio olandese di ASML sulla litografia avanzata e la posizione della britannica ARM nella progettazione dei chip per smartphone, ma ritiene che l’equilibrio di potere resti nettamente a favore degli Stati Uniti, un rapporto che paragona alla leadership americana nella NATO.
Sul piano economico, Mallaby richiama la previsione di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, secondo cui entro il 2030 il 50 per cento dei posti di lavoro sarà interessato dall’AI, e osserva che anche un impatto occupazionale del 5-10 per cento potrebbe comprimere i salari a sufficienza da rendere il lavoro meno conveniente.
Il commento di GrNet.it
La sicurezza informatica delle reti occidentali dipende ormai da modelli capaci di scoprire da soli vulnerabilità che decenni di analisi umana non avevano individuato, e questo cambia il calcolo di rischio per chiunque gestisca infrastrutture critiche, comprese quelle militari. Se l’ipotesi di un organismo di autoregolamentazione americano imposto agli alleati si realizzasse, l’Italia si troverebbe a recepire standard tecnici definiti altrove, con margini di negoziazione limitati alle leve industriali europee citate nell’analisi, peraltro concentrate in Olanda e Regno Unito più che nel Mediterraneo. Resta aperta la domanda su cosa significhi in pratica, per la Difesa italiana, l’affidamento a data center e modelli sviluppati fuori dai confini nazionali, quando la stessa fonte ammette che chi dipende da infrastrutture americane può essere disconnesso in caso di frizioni politiche. Il paragone con la Guerra Fredda proposto nell’intervista è suggestivo ma va maneggiato con cautela: il regime di non proliferazione nucleare nacque da un rischio simmetrico e visibile, mentre le capacità AI restano in gran parte proprietarie e difficili da verificare in modo indipendente.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 7 settembre 2026




