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Israele in campo contro il ritorno della Turchia nel programma F-35

Secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft e firmata da Fatih Kocaibiş, Washington sta discutendo per la prima volta da anni la possibilità concreta di reintegrare la Turchia nel programma F-35, ma Israele si è mosso con decisione per impedirlo, sostenendo che i caccia turchi «distruggerebbero l’equilibrio di potere» nella regione.

Al vertice NATO di Ankara del mese scorso, il presidente Donald Trump ha dichiarato di voler revocare le sanzioni CAATSA imposte alla Turchia nel 2019 dopo l’acquisto dei sistemi missilistici russi S-400, aggiungendo di considerare «certamente» la riammissione al programma F-35, sospeso all’epoca. Nel frattempo è già avanzata al Congresso la vendita dei motori americani F110 per il caccia nazionale turco KAAN, e Ankara starebbe valutando il trasferimento delle batterie S-400 a uno Stato del Golfo, condizione richiesta da tempo dagli Stati Uniti.

L’articolo ricostruisce le origini della rottura: la ricerca turca di un sistema di difesa aerea a lungo raggio risale al 2009, quando un accordo con Washington sui Patriot naufragò per questioni di prezzo e trasferimento tecnologico. Dopo il passaggio a un sistema cinese poi annullato, Ankara firmò con Mosca nel 2017 e i primi componenti S-400 arrivarono nel luglio 2019. Il ritiro delle batterie Patriot americane e tedesche nell’inverno 2015, in seguito all’abbattimento di un caccia russo da parte turca, e il tentato golpe del luglio 2016 avrebbero approfondito la sfiducia di Ankara verso gli alleati occidentali, spingendo Erdoğan a trasformare l’acquisto russo in un simbolo di autonomia strategica.

La Turchia resta l’unico partecipante espulso dal programma dopo aver già versato 1,5 miliardi di dollari, senza mai ricevere i sei aerei finanziati. La sua aviazione si affida oggi a una flotta di F-16 datata, con gli Eurofighter Typhoon come soluzione ponte in attesa del KAAN.

Il nucleo dell’opposizione israeliana, secondo l’analisi, è una dichiarazione del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che su CNN Türk ha definito il governo Netanyahu «un peso che l’umanità non può più sostenere». Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha ribattuto interpretando la frase come una negazione del diritto di Israele a esistere, accostando così Ankara alla retorica iraniana, nonostante la Turchia riconosca Israele diplomaticamente dal 1949 e sostenga la soluzione a due Stati.

L’autore osserva che Israele opera 48 F-35 ed è sotto contratto per altri 100, mentre l’immediato interesse turco riguarda solo i sei velivoli già pagati: il ritorno di Ankara nel programma non cancellerebbe il vantaggio israeliano ma lo ridurrebbe marginalmente. La dottrina del «vantaggio militare qualitativo», in vigore dal 2008 e già invocata contro Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, non si applica formalmente alla Turchia, alleato NATO il cui aeroporto militare presidia il fianco sud-orientale dell’Alleanza. Trump, secondo l’articolo, ha respinto le pressioni israeliane affermando che «nessuno mi dice cosa dobbiamo vendere o non vendere», e ha nominato il collaboratore di lunga data Tom Barrack ambasciatore ad Ankara, segnale di un’apertura che Netanyahu difficilmente riuscirà a invertire.

Il commento di GrNet.it

La dottrina del vantaggio militare qualitativo nasce per regolare le vendite di armi ai paesi del Medio Oriente, non per arbitrare i rapporti tra Washington e un alleato NATO che presidia il fianco sud-orientale dell’Alleanza dagli anni della Guerra Fredda. Estendere quel criterio ad Ankara significa, di fatto, riconoscere a Tel Aviv un potere di veto su scelte di politica di sicurezza collettiva che riguardano tutti i membri, Italia compresa, dato il peso della Turchia nella difesa aerea del Mediterraneo orientale. Vale la pena notare che l’asimmetria resta comunque ampia: sei F-35 turchi contro i 48 già operativi israeliani e altri 100 sotto contratto non cambiano gli equilibri regionali in modo sostanziale. Roma osserva questo dossier con interesse indiretto, perché una Turchia meglio equipaggiata nel quadro NATO altera anche i rapporti di forza nel Mediterraneo centrale, dove Ankara è già presente con capacità aeronavali crescenti.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 10 agosto 2026

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