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Ankara e la nascita di una NATO 3.0 tra riarmo europeo e umori di Trump

Secondo un’analisi di Oana Lungescu pubblicata da RUSI, il vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio, ospitato nel palazzo presidenziale da mille stanze di Recep Tayyip Erdogan, dovrebbe sancire il passaggio a una fase che il segretario generale Mark Rutte definisce NATO 3.0: un’Europa più forte dentro un’alleanza più forte. L’obiettivo dichiarato è replicare il risultato del vertice dell’Aja dello scorso anno, quando i leader concordarono di investire il 5 per cento del PIL in difesa, un impegno che aveva placato le pressioni di Donald Trump e inviato un segnale di deterrenza a Vladimir Putin.

Rutte fonda il proprio ottimismo su tre elementi: gli investimenti record europei in difesa, il fatto che gli alleati stiano colmando sulla carta la maggior parte dei vuoti lasciati dalla riduzione della presenza americana, e l’approvazione già raggiunta da tutti i 32 alleati sul testo della dichiarazione finale. A Washington, Rutte ha mostrato a Trump grafici che indicano oltre 1.200 miliardi di dollari di spesa aggiuntiva per la difesa dal primo mandato del presidente, incluso un incremento del 20 per cento nel 2025, in un grafico ribattezzato con lettere dorate «THE TRUMP TRILLION».

Il nodo, evidenzia l’autrice, è trasformare questa liquidità in capacità reali: mercati frammentati, burocrazia e protezionismo restano ostacoli. Il Forum dell’industria della difesa collegato al summit, esteso da Ankara ad Arlington e aperto a Ucraina, Unione europea, Corea del Sud e altri partner, dovrebbe produrre nuovi contratti per «decine di miliardi di dollari», con priorità su spazio e sorveglianza, difesa aerea e missilistica integrata e capacità di attacco in profondità.

La spinta a colmare le lacune nasce anche dalla decisione, comunicata dal Pentagono agli alleati a maggio, di ridurre la quota di capacità assegnate ai piani di difesa NATO, il cosiddetto NATO Force Model, per liberare risorse americane verso altri teatri. Secondo il comandante supremo alleato in Europa, generale Alexus Grynkewich, gli alleati europei hanno «in poche settimane» colmato in gran parte i vuoti, cercando capacità alternative dove non dispongono di equivalenti diretti. Il divario più critico riguarda i bombardieri strategici, che l’Europa non possiede e non può sostituire in modo diretto, dovendo fare affidamento su capacità di attacco di precisione ancora limitate per numero e raggio.

La bozza di dichiarazione, già approvata dagli ambasciatori, ribadisce l’impegno «incondiscutibile» all’articolo 5, definisce la Russia una «minaccia di lungo periodo» e prevede un pacchetto di 70 miliardi di euro di assistenza militare all’Ucraina per il 2026, con livelli «almeno equivalenti» nel 2027, comprensivo di 30 miliardi dal prestito da 90 miliardi e 40 miliardi di sostegno bilaterale, senza finanziamento diretto statunitense. Il testo richiama inoltre l’Iran, chiedendo il rispetto della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, senza però indicare decisioni operative concrete.

Nonostante il consenso raggiunto sulla dichiarazione, l’autrice segnala che l’imprevedibilità di Trump resta il fattore dominante: poco dopo l’adozione del testo a Bruxelles, il presidente ha rilanciato su Truth Social accuse contro gli alleati NATO, definendo il rapporto «non reciproco». Il vertice potrebbe diventare palcoscenico per critiche dirette a leader come Pedro Sánchez, Giorgia Meloni o Keir Starmer. Significativo, infine, che la dichiarazione non menzioni il prossimo vertice previsto in Albania per il 2027, anche perché Tirana non ha raggiunto la soglia minima del 2 per cento di PIL in difesa.

Il commento di GrNet.it

Il vero banco di prova di NATO 3.0 non è la cifra sul grafico dorato mostrato a Trump, ma la capacità industriale reale di trasformare quei miliardi in sistemi d’arma consegnati in tempi utili. L’analisi di RUSI lo dice chiaramente quando osserva che il vuoto lasciato dai bombardieri strategici americani non è colmabile con capacità europee di attacco in profondità ancora troppo limitate per numero e gittata: per un paese come l’Italia, che partecipa al Force Model senza disporre di piattaforme strategiche proprie, questo significa restare dipendente da soluzioni alternative non ancora testate su scala reale. Il fatto che la dichiarazione di Ankara non fissi nemmeno la data del prossimo vertice, in un’alleanza che preferisce evitare il rituale della crisi annuale, racconta più di ogni comunicato sullo stato dei nervi transatlantici. Roma, citata tra i governi nel mirino delle critiche presidenziali, dovrebbe forse concentrarsi meno sulla difesa diplomatica delle cifre di spesa e più sulla partecipazione concreta ai contratti di coproduzione previsti dal Forum industriale.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 5 luglio 2026

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