Cinque anni dopo, la Cina in Afghanistan resta a distanza di sicurezza

Secondo un’analisi di Giorgio Cafiero pubblicata su Responsible Statecraft, la Cina non ha riempito il vuoto lasciato dal ritiro statunitense dall’Afghanistan nell’agosto 2021, né sembra intenzionata a farlo. A cinque anni dal ritorno al potere dei talebani, l’approccio di Pechino appare più un esercizio di esposizione controllata che una strategia di espansione.
Pechino ha mantenuto l’ambasciata operativa a Kabul, coltivato contatti diretti con la leadership talebana ed esteso la cooperazione politica e di sicurezza. Nel gennaio 2024 Xi Jinping è stato il primo capo di Stato ad accettare le credenziali di un ambasciatore nominato dai talebani. Nonostante questi passi, la Cina si è fermata prima del riconoscimento formale dell’Emirato islamico, che considera una leva negoziale da utilizzare in futuro: il riconoscimento dipenderà da come Kabul risponderà agli interessi e alle preoccupazioni cinesi.
La priorità di Pechino è la sicurezza: evitare che il territorio afghano diventi base per attacchi contro la Cina o per gruppi militanti ostili, in particolare i combattenti uiguri del Turkistan Islamic Party (TIP), noto anche come East Turkestan Islamic Movement (ETIM). I talebani hanno limitato le attività di questi militanti e li hanno allontanati dal confine con la Cina; non si registrano attacchi confermati sul territorio cinese lanciati dall’Afghanistan sotto il Talebani 2.0. Tuttavia non li hanno espulsi né consegnati, e i monitor delle Nazioni Unite continuano a segnalarne la presenza nel paese.
Lo Stato islamico nella provincia del Khorasan (ISIS-K) complica il quadro: Pechino considera i talebani un partner antiterrorismo necessario, ma il gruppo ha colpito ripetutamente cittadini e imprese cinesi e cerca di reclutare militanti uiguri presentando la lotta contro la Cina come parte della propria agenda jihadista. Jennifer Brick Murtazashvili, dell’Università di Pittsburgh, osserva che l’ISIS-K ha reso i talebani «più preziosi per Pechino e al contempo meno credibili».
Sul piano economico, i legami restano modesti rispetto alle attese del 2021-22. La concessione del rame di Mes Aynak, firmata nel 2008 e più volte rilanciata, non ha ancora raggiunto la produzione commerciale, e i talebani hanno terminato nel 2025 il progetto petrolifero dell’Amu Darya dopo dispute con l’operatore cinese. Contratti difficili da far rispettare, un sistema bancario isolato e sanzioni scoraggiano investimenti su larga scala. L’Afghanistan resta inoltre marginale nella Belt and Road Initiative, priva finora di un progetto bandiera.
Il Pakistan pesa su questa impostazione: per decenni Pechino ha letto l’Afghanistan attraverso Islamabad, ma la chiusura del confine afghano-pachistano nell’attuale conflitto tra talebani e Pakistan, insieme al riavvicinamento pachistano all’Occidente, spinge la Cina a coltivare un rapporto diretto con Kabul come forma di diversificazione. Secondo un ex diplomatico afghano citato nell’analisi, alcuni ambienti pachistani avrebbero anche valutato l’annessione del corridoio del Wakhan, ipotesi che priverebbe la Cina di un confine con l’Afghanistan.
Il commento di GrNet.it
Che cosa insegna, sul piano operativo, la scelta cinese di non impegnarsi formalmente? Che la deterrenza per procura ha un limite fisico: senza forze proprie sul terreno, il contenimento della minaccia uigura o dell’ISIS-K resta appaltato a un attore, i talebani, che l’analisi definisce sempre meno credibile quanto più diventa indispensabile. È lo stesso dilemma che ogni potenza esterna in Afghanistan ha affrontato, cambiando solo gli attori e gli strumenti. Per l’Italia, che nel teatro afghano ha avuto un ruolo diretto fino al 2021, la lezione principale riguarda i limiti della cooperazione antiterrorismo con governi non riconosciuti: un canale utile ma fragile, che non sostituisce una presenza verificabile sul territorio.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 agosto 2026



