Il Medio Oriente in fiamme spinge il petrolio verso nuovi massimi

Quanto può reggere un mercato petrolifero già privato dei suoi ammortizzatori principali? Poco, secondo l’analisi pubblicata da Responsible Statecraft a firma di Karthik Sankaran, che documenta come le riserve galleggianti su petroliere si siano esaurite, la Strategic Petroleum Reserve statunitense abbia già ceduto circa 130 milioni di barili e la Cina, primo importatore mondiale, sia salita a 7,2 milioni di barili al giorno dai 6 milioni di giugno, ben al di sotto però degli 12 milioni pre-bellici.
Il detonatore più recente è l’attacco all’oleodotto saudita East-West, che Riyadh attribuisce a droni provenienti dall’Iraq. L’infrastruttura trasportava tra 4 e 5 milioni di barili al giorno; l’Arabia Saudita punta a ripristinare metà della capacità in pochi giorni, ma il recupero totale potrebbe richiedere fino a sei settimane, sempre che non si verifichino nuovi attacchi. Nel frattempo Riyadh ha cancellato o rinviato più carichi di greggio destinati alle raffinerie europee, spostandoli a ottobre o novembre.
A complicare il quadro dei trasporti marittimi si aggiunge il controllo houthi sul porto yemenita di Mokha e su alcune isole del Bab al-Mandeb, piattaforma da cui i ribelli possono disturbare la navigazione nel Mar Rosso. Questa combinazione ha vanificato in parte il parziale sollievo dato dal ripristino dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, canale da cui prima della guerra transitava circa il 20% dell’offerta petrolifera globale. Il greggio Brent quota ora oltre 105 dollari al barile, contro gli 80 dollari del 4 agosto.
L’impatto sui prodotti raffinati è ancora più marcato: il diesel negli Stati Uniti ha toccato massimi storici sopra i 6 dollari al gallone. Ben Cahill, dell’Atlantic Council, stima che le esportazioni marittime di prodotti raffinati da Russia e Medio Oriente siano scese da circa 8 a 4 milioni di barili al giorno da febbraio 2026, complici anche gli scambi di attacchi tra Russia e Ucraina contro le rispettive infrastrutture energetiche.
A Washington il rialzo del diesel, in prossimità delle elezioni di midterm, ha aperto un dibattito politico: il leader della maggioranza al Senato John Thune si è detto aperto a un divieto sulle esportazioni di diesel, mentre il segretario all’Energia Chris Wright preme su misure per aumentare l’offerta, con le raffinerie statunitensi già al 98% della capacità.
Ma il peso maggiore, sottolinea l’autore, ricadrà sul Sud globale. Il primo ministro malese Anwar Ibrahim, al vertice BRICS, ha attribuito la guerra e le sue conseguenze all’“aggressione iniziale degli Stati Uniti, inizialmente insieme a Israele”. Con Hormuz meno affidabile, l’India riceve ora il 51% del proprio petrolio dalla costa saudita sul Mar Rosso, le Filippine il 37%, il Pakistan il 36%. Il diesel, cruciale per trasporti pesanti e agricoltura nei paesi poveri, colpisce l’India, che ne consuma il doppio rispetto alla benzina, e il Sudafrica, dove i guasti della rete elettrica hanno spinto la dipendenza dai generatori privati. Si aggiunge la stretta sui fertilizzanti a base di fosfato, legati allo zolfo del Golfo: secondo Michael Werz del Council on Foreign Relations, i prezzi elevati potrebbero spingere gli agricoltori a ridurre ulteriormente il fosfato usato, aggravando la sicurezza alimentare nel 2027, proprio mentre il World Food Program prevede fino a 50 milioni di persone in più a rischio fame acuta per un possibile El Niño di intensità record.
Il commento di GrNet.it
La crisi petrolifera del 1973 insegna che un conflitto regionale in Medio Oriente si trasmette all’economia mondiale attraverso canali che nessun paese controlla del tutto, e questa analisi ne offre una versione aggiornata con l’aggravante di riserve strategiche già erose. Per l’Italia, che dipende in larga parte da approvvigionamenti energetici esterni e da rotte marittime nel Mediterraneo allargato, la vulnerabilità del Bab al-Mandeb e dello Hormuz non è materia astratta ma variabile diretta nei costi di trasporto e nei prezzi al consumo. Va notato che l’articolo, di impostazione critica verso l’interventismo statunitense, insiste sul costo scaricato sul Sud globale più che sulle implicazioni per gli alleati europei, un’angolatura che meriterebbe un contrappunto specifico sul fronte mediterraneo. Resta da capire quanto le scorte strategiche europee, incluse quelle italiane, siano oggi dimensionate per assorbire uno shock combinato su più fronti energetici contemporaneamente.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 17 settembre 2026



