Regno Unito, chiunque guidi Downing Street eredita una politica estera irrisolta

Secondo un’analisi di Chatham House pubblicata il 19 giugno 2026, il vero nodo della politica estera britannica non è chi occuperà Downing Street, ma la natura delle sfide che qualunque premier si troverà ad affrontare: un riassestamento profondo nei rapporti con gli Stati Uniti e con l’Europa, in un contesto di sicurezza deteriorato.
Lo spunto è la vittoria di Andy Burnham alle elezioni suppletive di Makerfield, che lo ha riportato in Parlamento come deputato laburista e ha aperto una concreta prospettiva di sfida alla leadership di Keir Starmer. Il dibattito interno al Labour si è concentrato finora su costo della vita, servizi pubblici e immigrazione, con qualche accenno ai rapporti con l’Unione europea. Il think tank londinese argomenta che questa cornice è parziale: la gestione di Starmer è stata assorbita in misura determinante dagli affari internazionali, e lo stesso varrà per chi verrà dopo di lui.
Sul piano della diplomazia personale, il bilancio di Starmer è descritto come positivo. Il premier ha gestito il rapporto con l’amministrazione Trump evitando di alimentare pubblicamente le tensioni, leggendo con attenzione la sensibilità del campo MAGA verso quella che percepisce come condiscendenza europea. Le visite di Stato reciproche tra Washington e Londra sono state condotte con cura. Sul dossier Iran, Starmer ha delimitato il ruolo britannico con consapevolezza, tenendo conto delle lezioni dell’Iraq e dell’inchiesta Chilcot sull’impegno in missioni statunitensi prive di obiettivi strategici definiti.
Come alleato europeo, il governo ha mantenuto un sostegno costante all’Ucraina, in alcuni casi anticipando altri partner nella fornitura di armamenti e nell’addestramento delle forze di Kiev. Londra ha operato in stretto coordinamento con i paesi nordici e baltici attraverso la Joint Expeditionary Force, e ha siglato un nuovo trattato di sicurezza con la Germania, rinnovando al contempo quello esistente con la Francia. Questi passaggi hanno consolidato la credibilità britannica come interlocutore nella costruzione di un’architettura di difesa europea post-Brexit.
Il punto debole riguarda la sostenibilità finanziaria di questi impegni. Il rapporto evidenzia che i governi britannici hanno accumulato nel tempo una serie di impegni in materia di difesa senza mai effettuare una valutazione onesta dei costi complessivi. Starmer non ha fatto eccezione: gli obiettivi di spesa per la difesa sono stati annunciati senza che fosse chiarito come finanziarli. Le dimissioni del ministro della Difesa John Healey vengono citate come segnale di una paralisi negli investimenti nel settore.
Sullo sfondo c’è un dato strutturale: Washington sta riducendo la propria presenza militare in Europa, con il ritiro programmato di alcuni assetti aerei, navali e subacquei dalla NATO. In questo contesto, il think tank sostiene che il prossimo premier britannico dovrà costruire una relazione di difesa e sicurezza con gli alleati europei su basi più solide e di lungo periodo, affrontando anche l’intensificazione della rivalità tra Stati Uniti e Cina e le ricadute che ne derivano per la sicurezza del Regno Unito.
Il commento di GrNet.it
L’analisi trascura un elemento che per l’Italia ha peso specifico: il ritiro programmato di assetti NATO dalla regione europea non è un fenomeno astratto, ma una variabile che ridisegna i calcoli di copertura sul fianco sud dell’Alleanza, dove la presenza britannica — dalla Joint Expeditionary Force alle missioni di pattugliamento — ha finora contribuito ad alleggerire la pressione sui paesi mediterranei. Se Londra fatica a tradurre la propria credibilità diplomatica in capacità finanziata, il problema del burden sharing si sposta verso chi è già sotto pressione sul proprio fianco. Vale la pena chiedersi se Roma stia aggiornando le proprie stime di pianificazione tenendo conto di questa variabile, o se stia ancora ragionando su un ordine di battaglia che potrebbe essere già in via di revisione. La distinzione tra impegni dichiarati e risorse effettivamente stanziate — che Chatham House applica al caso britannico — è una lente utile anche per leggere i documenti programmatici italiani sulla difesa.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 19 giugno 2026



