Perché il piano americano per la Libia rischia di fallire

Basta un accordo tra due famiglie a stabilizzare un Paese diviso da oltre un decennio? Per Chatham House la risposta, alla luce di due recenti rapporti anticorruzione libici, è negativa: senza riforme della gestione statale, la ricomposizione del potere tra Tripoli e Bengasi rischia di consolidare gli stessi meccanismi che oggi drenano risorse pubbliche a vantaggio di pochi.
Il think tank londinese ricostruisce l’iniziativa diplomatica guidata da Massad Boulos, consigliere del presidente Trump per gli affari arabi e africani, volta a superare la frattura tra il Governo di unità nazionale (GNU) di Tripoli, controllato dalla famiglia Dabaiba e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e il Governo di stabilità nazionale (GNS) di Bengasi, legato a Khalifa Haftar e alle sue Forze armate arabe libiche (LAAF). A giugno il vice comandante delle LAAF, Saddam Haftar, si è recato a Washington per incontrare il segretario di Stato Marco Rubio, mentre Boulos continua a cercare l’adesione dei Dabaiba, finora rimasti fuori dai colloqui diretti.
Per molti oppositori, ricorda Chatham House, l’operazione equivale a legittimare un ritorno al governo di famiglia, senza offrire ai cittadini libici prospettive diverse dalla semplice spartizione del potere tra élite.
A dare sostanza a questa critica sono due rapporti pubblicati da una coalizione formata dall’Ufficio di revisione contabile libico e dalla Commissione nazionale anticorruzione, iniziativa sostenuta fin dall’inizio da Chatham House. I documenti analizzano le filiere di distribuzione del carburante sussidiato e dei farmaci sussidiati, evidenziando un costo crescente per lo Stato libico.
Sul fronte carburante, il rapporto quantifica in oltre 9 miliardi di dollari la bolletta delle importazioni nel 2024, pari a quasi 1.200 dollari per abitante, con volumi più che raddoppiati dal 2021 senza alcuna giustificazione legata alla domanda di mercato. I consumi di diesel dei gruppi armati affiliati allo Stato sono cresciuti del 1.527 per cento tra il 2021 e il 2024, quelli della centrale elettrica di Tripoli Sud del 1.368 per cento. Il numero di fornitori esteri, intanto, si è ridotto da 17 a sei, con un aumento del 450 per cento del premio di trasporto e assicurazione sul diesel, causando una perdita stimata in quasi 600 milioni di dollari nel solo 2024.
Il rapporto sui farmaci descrive dinamiche analoghe: assenza di un quadro normativo nazionale, stime del fabbisogno definite “speculative”, e società farmaceutiche cresciute rapidamente grazie a legami diretti con funzionari statali e parlamentari, in evidente conflitto d’interessi con le politiche di approvvigionamento che essi stessi definiscono.
Secondo Chatham House, questi dati mettono in discussione la premessa su cui poggia il piano americano, cioè che l’unificazione politica genererà automaticamente sviluppo economico, in particolare nel settore petrolifero verso cui Boulos punta ad attrarre nuovi investimenti statunitensi. Formalizzare l’attuale equilibrio tra le due famiglie, avverte il think tank, potrebbe invece aggravare la corruzione riducendo i vincoli residui sulla spesa pubblica, e scoraggiare le compagnie petrolifere internazionali restie a investire in un mercato dove l’applicazione della legge dipende dagli interessi delle famiglie rivali. Il fatto che il bilancio unificato mediato da Washington nell’aprile scorso non sia ancora stato attuato conferma, secondo l’analisi, che gli accordi politici privi di un piano di implementazione non modificano la realtà sul terreno.
Il commento di GrNet.it
Nove miliardi di dollari di importazioni di carburante nel 2024, con volumi raddoppiati in tre anni senza alcuna giustificazione di mercato, è il tipo di cifra che in una pianificazione di stabilizzazione post-conflitto dovrebbe precedere qualsiasi accordo politico, non seguirlo. L’esperienza di missioni di supporto istituzionale mostra che la condivisione del potere tra fazioni rivali, senza meccanismi di controllo sulla spesa pubblica, tende a congelare gli assetti di potere anziché superarli. Per l’Italia, che nel Mediterraneo centrale ha interessi energetici e migratori diretti, questo significa che un’eventuale normalizzazione di Tripoli e Bengasi sotto egida americana andrebbe valutata non sulla base della firma di un accordo, ma sulla capacità reale di riformare le filiere di approvvigionamento statali. Resta da capire quale ruolo, se alcuno, potranno giocare Roma e l’Unione europea in un processo negoziale che appare oggi guidato quasi interamente da Washington.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 20 luglio 2026




