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Riyadh punta su Washington ma non cede sulla normalizzazione con Israele

«Dietro le quinte, Riyadh vuole assicurarsi che la questione della normalizzazione con Israele non finisca per offuscare le fondamenta più ampie del suo rapporto con Washington»: lo scrive Chatham House in un commento firmato da Jon Wallace, che legge in questa chiave una serie di mosse saudite apparentemente scollegate delle ultime settimane.

Il think tank londinese ricostruisce come il regno stia cercando di assumere una responsabilità maggiore nella sicurezza regionale, pur rafforzando il proprio peso agli occhi di un’amministrazione americana il cui impegno di lungo periodo in Medio Oriente appare sempre meno scontato. Paradossalmente, osserva l’analisi, è stata proprio la guerra di Donald Trump contro l’Iran — con il più ampio dispiegamento di forze statunitensi dal 1990 — a spingere Riyadh a ripensare il proprio ruolo nell’ordine regionale.

L’accordo di cooperazione nucleare civile firmato il 22 luglio tra Arabia Saudita e Stati Uniti viene presentato come il risultato di anni di negoziati pazienti, con cui Riyadh ha scelto Washington invece di Mosca o Pechino, puntando su tecnologia, competenze e investimenti americani. Il giorno successivo alla firma, tuttavia, Trump ha cercato di collegare l’approvazione dell’intesa all’adesione saudita agli Accordi di Abramo. Riyadh mantiene invece la posizione secondo cui relazioni formali con Israele dipendono da progressi concreti verso la statualità palestinese, posizione irrigidita dopo la guerra a Gaza.

Sul piano operativo, il rapporto documenta un attivismo saudita crescente nel Mar Rosso, diventato una delle vie marittime più importanti e vulnerabili al mondo anche per effetto della crisi nello Stretto di Hormuz. Il 20 luglio i Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno annunciato un blocco della navigazione saudita nello Stretto di Bab al-Mandab; nei giorni successivi hanno rivendicato attacchi contro petroliere saudite e, il 25 luglio, attacchi missilistici e con droni contro impianti Aramco a Jizan e Yanbu.

In risposta, il 30 luglio il ministero della Difesa saudita ha convocato a Riyadh capi militari e rappresentanti di 43 paesi e dell’Unione europea per discutere una coalizione marittima multinazionale a difesa della libertà di navigazione nel Mar Rosso, offrendo di ospitarne il quartier generale e ottenendo il sostegno di 14 stati partecipanti.

Il 28 luglio, sottolinea l’analisi, attacchi di precisione congiunti saudo-statunitensi hanno colpito gruppi filo-iraniani nell’Iraq orientale, responsabili di oltre 30 attacchi con droni contro infrastrutture energetiche saudite e forze americane in 72 ore: un’operazione definita significativa perché Riyadh ha finora evitato azioni militari dirette in territorio iracheno, nel tentativo di ridurre le tensioni con Teheran.

Il rapporto individua anche una componente competitiva, legata alla vicinanza dell’amministrazione Trump agli Emirati Arabi Uniti, già firmatari degli Accordi di Abramo. Assumendo un ruolo guida su sicurezza regionale, sicurezza marittima e flussi energetici, secondo Chatham House Riyadh dimostra che il proprio valore per Washington poggia su basi più ampie del solo commercio e degli investimenti, proponendo un partenariato fondato su interessi condivisi piuttosto che su un unico obiettivo politico.

Il commento di GrNet.it

Un quartier generale multinazionale a Riyadh, quarantatré delegazioni convocate in pochi giorni, attacchi congiunti in territorio iracheno mai tentati prima: sono segnali di una postura militare che cambia velocità, non solo di dichiarazioni diplomatiche. Per chi guarda alla pianificazione operativa, colpisce la rapidità con cui il regno ha saputo tradurre una minaccia asimmetrica — i droni e i missili Houthi contro Aramco — in un’iniziativa di sicurezza collettiva capace di attrarre consenso internazionale in pochi giorni. È una capacità di coordinamento multilaterale che l’Italia, attore mediterraneo con interessi diretti nella libertà di navigazione verso il Mar Rosso e Suez, dovrebbe osservare da vicino, al di là delle valutazioni sull’affidabilità americana nel lungo periodo. Resta da vedere se questa proiezione di potenza saudita regga nel tempo o dipenda ancora, in ultima istanza, dall’ombrello statunitense che l’analisi stessa definisce meno prevedibile che in passato.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 5 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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