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L’accordo Libano-Israele voluto da Trump ha davvero una possibilità

Può un’intesa firmata con grande enfasi alla Casa Bianca reggere all’urto del sistema politico libanese? Secondo l’analisi di Aurélie Daher pubblicata da Responsible Statecraft, la risposta è negativa, e le ragioni risiedono tanto nell’architettura costituzionale di Beirut quanto nella condotta israeliana sul terreno.

Il 26 giugno le delegazioni di Israele e Libano hanno firmato a Washington un accordo quadro trilaterale, salutato dal segretario di Stato Marco Rubio come l’apertura verso «una pace e una sicurezza durature». Un mese dopo Trump ha ricevuto alla Casa Bianca il presidente libanese Joseph Aoun, con Rubio che ribadiva l’obiettivo del disarmo di Hezbollah e di una pace definitiva con Israele. L’autrice colloca questa linea nel filone che, all’interno dell’amministrazione Trump, privilegia coercizione e pressione massima su Beirut, contrapposto alla posizione del vicepresidente JD Vance, favorevole invece a una de-escalation con Teheran.

Sul piano istituzionale, il sistema consociativo libanese, ereditato dagli accordi di Taif del 1990, richiede che qualunque decisione di governo sia avallata da tutte le principali comunità religiose. I partiti sciiti si sono opposti fin dall’inizio ai termini dell’accordo quadro, e qualunque intesa dovrebbe comunque passare per la ratifica parlamentare, dove secondo l’autrice la probabilità di approvazione è pari a zero.

A complicare il quadro c’è la fiducia ormai compromessa nella buona fede israeliana. Il cessate il fuoco firmato tra Tel Aviv ed Hezbollah il 27 novembre 2024 è stato rispettato da Hezbollah fino a marzo 2026, mentre Israele lo avrebbe violato oltre 12.000 volte in meno di un anno, secondo dati citati nell’articolo. La distruzione sistematica del sud del Libano non avrebbe prodotto la polarizzazione sperata da Israele, ma l’effetto opposto: una rilegittimazione della narrativa di Hezbollah come difensore del territorio.

L’autrice ricostruisce anche il fallimento della scommessa su una nuova leadership libanese: l’elezione di Aoun e del premier Nawaf Salam nel gennaio 2025 doveva segnare un’epoca nuova, con un esercito libanese rafforzato capace di rendere superflua la retorica difensiva di Hezbollah. Un anno e mezzo dopo, l’esercito sarebbe invece arretrato su ordine dello stesso Aoun di fronte all’avanzata israeliana nella primavera del 2026, mentre Hezbollah risultava già di nuovo operativo a marzo.

Salam si sarebbe progressivamente allontanato dal processo negoziale, orientandosi verso relazioni con Siria e Turchia, mentre il capo dell’esercito, generale Rodolphe Haykal, sarebbe stato così critico da spingere Washington a chiederne la rimozione, richiesta respinta da Aoun. Il giorno della firma, il personale militare libanese della delegazione avrebbe rifiutato di comparire nella foto ufficiale.

L’articolo collega questo scenario alla vittoria di Hezbollah nelle elezioni municipali del 2025 in tutte le località dove si è presentato, e al conseguente rinvio di due anni delle elezioni parlamentari previste per la primavera 2026, deciso sotto pressione occidentale. Persino Rubio, conclude l’autrice, avrebbe attenuato l’ottimismo iniziale, definendo la visita di Aoun soltanto «l’inizio dell’inizio».

Il commento di GrNet.it

Un esercito che arretra su ordine del proprio comandante in capo davanti all’avanzata avversaria, e il capo di stato maggiore messo alla porta da Washington per aver detto ad alta voce ciò che i suoi ufficiali vedevano sul terreno: è la scena che l’analisi restituisce, e che vale più di mille comunicati diplomatici. Per un osservatore con esperienza di teatri a bassa intensità, il dato interessante non è la fragilità del cessate il fuoco in sé, ma la sproporzione tra le violazioni denunciate e l’assenza di qualunque meccanismo di verifica terzo capace di attribuirle con autorità. È uno schema già visto in altri contesti mediterranei, dove la mancanza di un garante realmente imparziale trasforma la tregua in una tregua a intermittenza. Per l’Italia, che nel sud del Libano mantiene da anni un contingente UNIFIL, la lezione è che la credibilità di una missione di interposizione dipende dalla capacità politica di farne rispettare i termini, non solo dalla presenza sul terreno. Resta da capire se Roma abbia margine per spingere in sede multilaterale su questo punto, o se la partita si stia già giocando altrove, tra Washington e Tel Aviv.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 30 luglio 2026

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