La Germania si riarma, ma può davvero guidare l’Europa?

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la Germania si trova di fronte a un paradosso strategico: dispone dei mezzi finanziari e della centralità economica per assumere il ruolo di potenza guida europea, eppure fatica a tradurre questa capacità in leadership politico-militare effettiva. Il concetto di «Zeitenwende» (cambio d’epoca) lanciato dall’ex cancelliere Olaf Scholz dopo l’invasione russa dell’Ucraina rappresentava una rottura radicale nella postura strategica tedesca, ma solo sotto il cancelliere Friedrich Merz si è compreso appieno cosa ciò comporti.
Berlino ha già avviato misure concrete: un fondo speciale di 100 miliardi di euro per la Bundeswehr, l’acquisizione di caccia F-35 per il ruolo di condivisione nucleare NATO, e una crescita della spesa difensiva oltre il 2 per cento. Tuttavia, l’analisi sottolinea un divario critico tra risorse accumulate e capacità operativa reale. La Germania non ha ancora articolato una strategia militare coerente che corrisponda ai suoi impegni finanziari. I documenti strategici esistenti rimangono un quadro di intenti politici piuttosto che una dottrina applicabile, e Berlino continua a dipendere fortemente dalla pianificazione NATO e dagli abilitatori americani, una dipendenza rivelatasi fragile di fronte alle tensioni con un’amministrazione Trump più transazionale.
Un secondo problema riguarda la capacità operativa della Bundeswehr stessa. Nonostante i nuovi finanziamenti, persistono carenze significative in disponibilità di equipaggiamenti, scorte di munizioni e velocità di approvvigionamento. La conversione di risorse in formazioni combattenti pienamente equipaggiate e dispiegabili procede lentamente. Gli sforzi di stazionamento permanente di una brigata in Lituania aggiungono pressione a unità già sovraccariche, mentre ritardi nelle consegne di sistemi di comunicazione e veicoli blindati rivelano un’inerzia istituzionale profonda.
Sul piano politico interno, la coalizione di Merz appare fragile. La popolarità del cancelliere è calata rapidamente, mentre l’AfD registra sondaggi storicamente elevati e si prepara a ulteriori avanzamenti nelle elezioni regionali. La difesa è sempre più trascinata nel dibattito ideologico. L’esempio della decisione sui carri Leopard 2 per l’Ucraina nel 2023 è istruttivo: ciò che avrebbe potuto essere una scelta diretta è diventato una negoziazione domestica e diplomatica prolungata, con Berlino alla fine allineata a Washington.
Infine, l’analisi evidenzia vincoli economici strutturali. Il modello industriale tedesco che ha sostenuto il miracolo economico del dopoguerra – orientato all’esportazione, ad alta intensità energetica, ancorato all’eccellenza incrementale – affronta pressioni per cui non era stato concepito. La fine del gas russo a basso costo ha imposto una ricalibratura energetica costosa e repentina. I costruttori automobilistici tedeschi fronteggiano una concorrenza cinese crescente sia domesticamente che nei mercati di esportazione. La cultura economica tedesca, che privilegia continuità e prudenza, contrasta con le qualità richieste dalla trasformazione difensiva: integrazione su larga scala, rapidità, e relazioni intime tra stato e industria.
L’analisi di Chatham House tocca un nervo scoperto per la NATO e per l’Italia in particolare: una Germania che riarma senza dottrina è una Germania che rischia di muoversi in modo incoerente proprio quando l’Alleanza avrebbe bisogno di chiarezza strategica nel fianco orientale. Per Roma, questo significa che la leadership europea sulla difesa rimane incerta, e che gli equilibri mediterranei continueranno a dipendere da decisioni prese a Washington piuttosto che da una visione europea autonoma. Il divario tra capacità finanziaria e capacità operativa della Bundeswehr è un problema che riguarda anche l’interoperabilità con i nostri reparti: carta e denaro non bastano, serve coesione dottrinale.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 1 maggio 2026



