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Il memorandum USA-Iran cita il diritto internazionale, ma quanto vale davvero

Quattordici punti, un cessate il fuoco, il richiamo alla proibizione dell’uso della forza sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e un rinvio alle Nazioni Unite stesse per rendere vincolante un futuro accordo definitivo: è la struttura del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, reso pubblico e analizzato da Chatham House, che ne misura la tenuta rispetto agli standard del diritto internazionale.

Il documento, secondo il think tank londinese, accoglie quasi per intero le richieste iraniane che sarebbero apparse irrealistiche durante il conflitto attivo. Washington perde le proprie leve di pressione, economiche e militari, mentre gli obblighi nucleari di Teheran restano da definire e altri obiettivi bellici americani, come il contrasto alle milizie sostenute dall’Iran, non compaiono nel testo.

Resta aperta la questione della natura giuridica dell’intesa: non essendo un trattato formale, che richiederebbe il consenso del Senato statunitense, il memorandum si configura come impegno politico basato sulla buona fede. Le parti si vincolano a negoziare un accordo finale entro un massimo di sessanta giorni, da far avallare con una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza dell’ONU, in modo da ancorarne il valore legale alla Carta.

Il rapporto ricorda però che entrambe le parti hanno mostrato disprezzo per quella stessa Carta: gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran senza causa ammissibile e ne hanno eliminato gran parte della leadership; l’Iran ha colpito paesi non belligeranti, chiuso lo Stretto di Hormuz e represso duramente la propria popolazione.

Tra gli impegni permanenti figurano la cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti e la rinuncia reciproca a iniziative di guerra future, oltre alla promessa statunitense di non inviare ulteriori forze nella regione e di ritirare i propri assetti dalla prossimità iraniana entro trenta giorni dall’accordo finale, senza però precisare cosa rientri in tale definizione. Il memorandum vincola implicitamente anche Israele, non firmatario, a non colpire il Libano: una previsione che Chatham House giudica poco credibile visti gli attacchi israeliani in corso.

Sul fronte marittimo, gli Stati Uniti si impegnano a rimuovere il blocco navale entro trenta giorni; l’Iran dovrà garantire il transito sicuro nello Stretto di Hormuz senza oneri solo per sessanta giorni, dopodiché potrebbe definire, con l’Oman, l’amministrazione futura dei servizi marittimi, un varco che secondo gli autori potrebbe tradursi in un pedaggio mascherato, in contrasto con il principio che vieta agli Stati costieri di interferire con la navigazione internazionale.

Sul nucleare, l’Iran ribadisce l’impegno a non dotarsi di armi atomiche, posizione formale già in vigore da anni. Ma la richiesta iniziale statunitense di trasferire all’estero tutto il materiale altamente arricchito è stata sostituita da un declassamento sotto supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) in territorio iraniano, mentre la rinuncia pluridecennale all’arricchimento è ora subordinata alle «esigenze nucleari dell’Iran».

Il rapporto conclude che il memorandum rischia di essere soprattutto un dispositivo per salvare la faccia, utile a far accettare l’intesa ai vertici militari iraniani, con impegni statunitensi che restano parole prive di sostanza. Restano indefiniti anche i 300 miliardi di dollari previsti per la ricostruzione iraniana, e l’attuazione dipende da attori terzi — Consiglio di sicurezza, Unione europea, giurisdizioni che detengono asset iraniani congelati, Israele per il Libano — non vincolati dal testo.

Il commento di GrNet.it

Un tavolo negoziale dove una delle parti firma un impegno a non usare la forza mentre il suo capo di stato, nello stesso giorno, minaccia di riattaccare: è la fotografia che restituisce la reale tenuta del memorandum. Per chi ha seguito da vicino la pianificazione di missioni multinazionali, la vaghezza su termini come «prossimità» delle forze USA o «esigenze nucleari» dell’Iran non è un dettaglio redazionale, ma il segno che l’intesa rinvia a sessanta giorni i nodi che nessuno voleva sciogliere subito. La dipendenza dall’IAEA e dal Consiglio di sicurezza per rendere operativo l’accordo mostra che anche un’amministrazione diffidente verso il multilateralismo finisce per doverne accettare gli strumenti quando serve un’uscita dal conflitto. Per l’Italia, che nello Stretto di Hormuz ha interessi di sicurezza energetica e di libertà di navigazione, la possibilità di un pedaggio mascherato meriterebbe attenzione in sede NATO e UE prima che diventi prassi consolidata.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 19 giugno 2026

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