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Una crisi a Taiwan avrebbe conseguenze economiche globali ancora più gravi dello Stretto di Hormuz

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, una crisi nello Stretto di Taiwan comporterebbe danni economici globali significativamente superiori rispetto alla chiusura dello Stretto di Hormuz, attualmente in corso a seguito del conflitto con l’Iran. Mentre i governi europei affrontano le conseguenze dell’interruzione dei flussi di petrolio e gas dal Golfo Persico, l’analisi avverte che dovrebbero intensificare i preparativi per uno scenario di conflitto nello Stretto di Taiwan, il canale di 180 chilometri che separa l’isola dalla Cina.

Taiwan riveste un ruolo cruciale nelle catene di approvvigionamento globali in quanto principale produttore di semiconduttori avanzati utilizzati nell’intelligenza artificiale e nell’elettronica di nuova generazione. Lo Stretto di Taiwan è inoltre uno dei corridoi marittimi più trafficati al mondo. Una chiusura o restrizione di questo passaggio – che potrebbe verificarsi in scenari che vanno da una quarantena doganale cinese a un blocco militare fino a un conflitto armato vero e proprio – avrebbe conseguenze economiche catastrofiche e a cascata.

A differenza degli idrocarburi, i semiconduttori non possono essere facilmente immagazzinati o sostituiti. Le aziende che necessitano di nuove fonti di microchip devono modificare il design del software e completare processi di certificazione che richiedono tempi lunghi. Secondo una previsione di Bloomberg citata nell’analisi, un blocco aereo e navale cinese di Taiwan comporterebbe una contrazione del 5 per cento del prodotto interno lordo globale, paragonabile alle recessioni della crisi finanziaria 2008-09 e della pandemia di COVID-19. Se la situazione escalasse fino a un conflitto tra Stati Uniti e Cina, l’economia globale si contrarrebbe di quasi il 10 per cento. L’Unione Europea e il Sud-Est asiatico sarebbero tra le aree più colpite dopo Taiwan stessa.

L’analisi sottolinea che i governi e le aziende europee hanno avviato discussioni private sulla pianificazione di contingenze, intensificate dopo gli attacchi americani all’Iran. Tuttavia, la costruzione di fonti alternative di approvvigionamento di semiconduttori richiederà decenni e ingenti risorse politiche e finanziarie, di cui l’Europa dispone in misura limitata. L’European Chips Act, entrato in vigore nel settembre 2023 per rafforzare l’ecosistema dei semiconduttori europeo, rappresenta un passo nella giusta direzione ma risulta insufficiente.

Chatham House raccomanda che i governi europei espandano la cooperazione con Taiwan, imparando da esperti e leader industriali come TSMC, che sta collaborando con Bosch, Infineon e NXP europei per costruire un impianto di semiconduttori avanzati da 10 miliardi di euro a Dresda, in Germania. L’analisi suggerisce inoltre che l’Europa dovrebbe intensificare gli sforzi per dissuadere la Cina da escalation verso Taiwan, supportando gli sforzi taiwanesi di rendersi un bersaglio più difficile, rafforzando le connessioni internazionali dell’isola e approfondendo la condivisione di intelligence su minacce ibride come la coercizione economica, la guerra dell’informazione e l’interferenza democratica. Infine, l’Europa dovrebbe comunicare più efficacemente i costi globali dell’escalation alla Cina e ai paesi del Sud globale che mantengono relazioni forti con Pechino.

L’analisi di Chatham House tocca un punto di vulnerabilità strategica che l’Italia e l’Europa non possono ignorare: la dipendenza da Taiwan per i semiconduttori avanzati è oggi più critica di qualsiasi corridoio energetico tradizionale. A differenza del petrolio, non esistono riserve strategiche di chip, e i tempi di riconversione industriale sono misurati in decenni. Per la NATO, una crisi a Taiwan comporterebbe non solo implicazioni militari nel Pacifico, ma una paralisi economica che colpirebbe direttamente le capacità di difesa europee, dalla produzione di sistemi d’arma alle comunicazioni critiche. L’Italia, come economia manifatturiera fortemente integrata nelle catene globali, subirebbe contraccolpi immediati e diffusi, rendendo la diversificazione dell’approvvigionamento di semiconduttori una questione di sicurezza nazionale tanto quanto di competitività economica.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 21 aprile 2026

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