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Yemen e Arabia Saudita, la tregua del 2022 è finita: la guerra torna regionale

Dal marzo 2022 una tregua informale aveva tenuto sotto controllo la guerra civile yemenita, il conflitto Houthi-sauditi e la rivalità tra Riyadh e Teheran, permettendo persino un riavvicinamento saudita-iraniano nel 2023. È in questa cornice temporale che Elfadil Ibrahim, su Responsible Statecraft, colloca la novità allarmante delle ultime settimane: tutti e tre i livelli di crisi si sono rimessi in moto insieme.

Il 28 luglio le difese aeree saudite hanno abbattuto droni lanciati dal territorio iracheno da «milizie terroristiche affiliate all’Iran», secondo una nota del ministero della Difesa di Riyadh, contro impianti petroliferi nella Provincia Orientale e nella capitale. Pochi giorni prima gli Houthi avevano rivendicato attacchi contro siti di trasporto petrolifero tra la Provincia Orientale e l’hub di esportazione di Yanbu sul Mar Rosso, con immagini satellitari che mostravano colonne di fumo sulle infrastrutture chiave del regno.

L’autore descrive la situazione come un sistema di matrioske concentriche. Il livello più interno è la guerra civile yemenita tra gli Houthi (Ansar Allah), che controllano Sana’a dal 2014, e il governo yemenita internazionalmente riconosciuto, guidato dal Presidential Leadership Council e sostenuto da una coalizione a guida saudita intervenuta nel 2015. Il livello intermedio è la rivalità tra Arabia Saudita e Iran, in corso dalla rivoluzione islamica del 1979, con Teheran che dal 2014 ha integrato gli Houthi nel proprio «asse della resistenza» fornendo armi e assistenza tecnica. Il livello esterno è la guerra USA-Iran, giunta al sesto mese, che ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz spingendo i prezzi del petrolio a livelli record.

La miccia dell’attuale escalation è stata un volo Mahan Air iraniano atterrato il 3 luglio a Sana’a per prelevare una delegazione diretta ai funerali della Guida suprema Ali Khamenei, primo collegamento diretto del genere in oltre un decennio. Secondo Reuters, il volo di ritorno del 13 luglio avrebbe trasportato personale del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche e componenti per missili e droni, accusa respinta dagli Houthi. Il governo yemenita ha colpito la pista dell’aeroporto per impedire un nuovo atterraggio, dirottando il velivolo su Hodeidah; gli Houthi hanno risposto nel giro di poche ore colpendo l’aeroporto di Abha, primo attacco diretto al regno in quattro anni.

Secondo Axios, quell’operazione non è stata unilaterale: il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe ottenuto personalmente il via libera del presidente Trump in una telefonata nei giorni precedenti. Riyadh evita di puntare il dito direttamente contro Teheran, lasciando che siano funzionari yemeniti — come il ministro dell’Informazione Moammar al-Iryani — ad accusare gli Houthi di seguire «direttive» delle Guardie rivoluzionarie. Il regno ha inoltre respinto la richiesta americana di usare basi e spazio aereo sauditi per Project Freedom, il piano di scorta navale nello Stretto di Hormuz, segno di una strategia di equidistanza verso Teheran.

L’Oman, tradizionale canale di mediazione nella crisi yemenita, coordina parallelamente colloqui con l’Arabia Saudita sul dossier yemenita e con l’Iran su Hormuz. Reuters riporta però che i funzionari occidentali coinvolti nella mediazione sono sempre più pessimisti su una soluzione negoziata, mentre la retorica Houthi verso Riyadh si è fatta più aggressiva.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non approfondisce a sufficienza un aspetto che pesa sulla lettura operativa dell’episodio: il fatto che Riyadh abbia chiesto e ottenuto l’avallo di Washington prima di colpire la pista di Sana’a segnala che il regno considera ormai indispensabile una copertura politica americana anche per azioni di portata limitata, in un contesto dove la deterrenza nei confronti degli Houthi si è indebolita rispetto al 2019. Per un osservatore con esperienza di pianificazione operativa, colpisce la scelta saudita di non attribuire pubblicamente all’Iran la regia degli attacchi, delegando l’accusa al governo yemenita: è una forma di ambiguità calcolata che serve a preservare margini diplomatici, ma che rende più difficile per gli alleati occidentali calibrare le proprie risposte. La possibile chiusura prolungata di rotte marittime nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, se la de-escalazione dovesse fallire, avrebbe ricadute dirette sui traffici mercantili che transitano verso il Mediterraneo, un tema che riguarda anche la sicurezza energetica italiana. Resta da capire quanto la mediazione omanita, impegnata su due tavoli contemporaneamente, possa reggere se la guerra USA-Iran dovesse ulteriormente intensificarsi.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 30 luglio 2026

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