Putin scarica sulle élite russe il costo della guerra in Ucraina

Trecentottantaquattro miliardi di rubli, circa 3,3 miliardi di sterline: è la cifra record raccolta ad agosto tra le cosiddette «donazioni volontarie» richieste dal Cremlino ai grandi imprenditori russi per finanziare lo sforzo militare. Il dato apre l’analisi che Natalya Kovaleva firma per Chatham House sulla ridefinizione dei rapporti tra Vladimir Putin e le élite economiche e politiche del paese dopo cinque anni di guerra in Ucraina.
Secondo l’autrice, il patto che ha sostenuto il potere di Putin per oltre due decenni – lealtà e silenzio politico in cambio della libertà di accumulare ricchezza – si è progressivamente sbilanciato a favore dello Stato. Il cambiamento si articola in tre direttrici: la richiesta diretta di risorse al grande business, la confisca di patrimoni privati e la perdita di protezione politica per figure finora ritenute intoccabili.
Sul primo fronte, il rapporto ricorda che nel marzo 2026 Putin ha chiesto agli imprenditori, in un incontro a porte chiuse, di contribuire direttamente alle spese militari, dopo aver già annunciato aumenti fiscali. Le aziende hanno intanto speso oltre un miliardo di dollari in difese contro gli attacchi di drone ucraini, in alcuni casi con soluzioni rudimentali come cavi d’acciaio, senza alcuna condivisione dei costi da parte del Cremlino. Il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha avvertito a maggio che sarebbero stati necessari altri 2 mila miliardi di rubli (17,5 miliardi di sterline) prima della fine dell’anno, mentre la spesa militare ha raggiunto il 40 per cento del bilancio federale nel 2026.
Sul secondo fronte, l’articolo documenta un’ondata di nazionalizzazioni forzate che ha trasferito allo Stato circa 6.500 miliardi di rubli (56,8 miliardi di sterline) in asset dal 2022, con un’accelerazione marcata nel 2025, anno in cui l’Agenzia federale per la gestione della proprietà statale ha rilevato almeno 805 società. Il caso più rilevante riguarda l’azienda agricola Rusagro, il cui fondatore Vadim Moshkovich ha visto confiscare beni per 550 miliardi di rubli nel giugno 2026 nell’ambito di un procedimento per frode.
Sul terzo fronte, Kovaleva segnala come la repressione politica abbia colpito anche figure di alto profilo, dallo smantellamento della rete politica dell’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu all’arresto del generale maggiore Ivan Popov dopo le sue critiche pubbliche alla gestione militare del conflitto. Il quotidiano indipendente Novaya Gazeta ha riportato ad aprile 2026 l’apertura di almeno 697 procedimenti penali contro funzionari regionali e federali dall’inizio della guerra, quasi il triplo rispetto al periodo pre-bellico del 2021.
L’autrice conclude che il regime non mostra segni di collasso imminente, ma che i vertici dell’establishment economico stanno manifestando un’insofferenza crescente. Cita in particolare il licenziamento, ad agosto, del capo economista della banca statale VEB Andrey Klepach, che a maggio aveva avvertito sull’impossibilità di vincere una guerra di logoramento prolungata, e le dichiarazioni del presidente di Sberbank German Gref sulla volontà diffusa tra i russi di vedere una fine delle «attività militari».
Il commento di GrNet.it
Un ministro delle Finanze che chiede altri 17,5 miliardi di sterline entro fine anno mentre la spesa militare assorbe il 40 per cento del bilancio federale: è la fotografia di uno Stato che ha smesso di distinguere tra economia di guerra e economia tout court. Il precedente sovietico degli anni Ottanta, quando la spesa militare eccessiva contribuì a logorare l’apparato produttivo civile, resta un termine di paragone imperfetto ma non peregrino. Per chi osserva la Russia da un angolo militare, il dato più significativo non è la cifra confiscata, ma il fatto che la lealtà all’apparato di sicurezza non basti più a proteggere generali e funzionari regionali dall’azione giudiziaria: è un sintomo di attrito interno più che di stabilità. Resta da capire se questa erosione del patto elitario si traduca in pressione reale sul processo decisionale del Cremlino o resti, come sembra indicare l’analisi, un malessere espresso solo per vie indirette.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 settembre 2026




