L’accordo nucleare Usa-Saudita rischia di restare bloccato dalla condizione israeliana

Secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, l’amministrazione Trump ha inviato al Congresso statunitense l’accordo di cooperazione nucleare civile con l’Arabia Saudita, ma lo ha condizionato a un passo che i due principali interessati non sembrano disposti a compiere: la normalizzazione tra Riyadh e Israele.
L’autore, Yazen Zarour, ricostruisce un nodo politico difficile da sciogliere. Riyadh chiede un percorso chiaro verso la statualità palestinese come precondizione alla normalizzazione, mentre Israele vi si oppone con fermezza. L’ex ambasciatore americano in Arabia Saudita Michael Ratney ha descritto l’inserimento di questa clausola da parte di Trump come avvenuto «all’ultimo minuto», elemento che getta incertezza sull’intero accordo.
L’articolo segnala anche una contraddizione di fondo nella politica statunitense: quattro deputati democratici hanno fatto notare come Washington abbia condotto un’azione militare contro l’Iran per impedirgli di arricchire uranio, mentre si prepara a concedere all’Arabia Saudita mezzi analoghi. Una contraddizione che, scrivono, «rende impossibile prendere sul serio la politica americana».
Sul piano tecnico, l’intesa non replica il cosiddetto «gold standard» adottato nell’accordo del 2009 con gli Emirati Arabi Uniti, che imponeva ad Abu Dhabi l’adesione al Protocollo Aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) e la rinuncia esplicita ad arricchimento e ritrattamento del combustibile nucleare. L’accordo con Riyadh, basato su un Accordo Sezione 123 firmato lo scorso anno, non include tale protocollo. Le due parti prevedono invece un approccio a «scatola nera», con la tecnologia di arricchimento fisicamente sigillata e inaccessibile al personale saudita, ma nulla nel testo rende permanente l’impegno di Trump a escludere l’arricchimento sul suolo saudita.
Zarour ricorda che Riyadh è comunque determinata a sviluppare un programma nucleare indipendentemente dal coinvolgimento statunitense: ha già sollecitato offerte da aziende russe, cinesi, francesi e sudcoreane per i primi due reattori. A questo si somma l’impegno pubblico del principe ereditario Mohammed bin Salman a dotarsi di un’arma nucleare qualora l’Iran ne sviluppasse una.
Dopo l’annuncio dell’intesa, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti non concluderanno accordi che comportino rischi di proliferazione, ma esponenti israeliani, tra cui l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, hanno criticato duramente il testo, paventando una corsa agli armamenti nella regione. Trump ha risposto su Truth Social affermando che Riyadh dovrà aderire agli Accordi di Abramo per mantenere in vita l’intesa, mossa accolta con favore da Israele.
Il testo ha ora avviato il periodo di revisione di 90 giorni al Congresso: senza una risoluzione congiunta di rigetto, potrà entrare in vigore anche senza voto favorevole esplicito, e gli oppositori difficilmente raggiungeranno la maggioranza qualificata necessaria a bloccarlo. Resta secondo l’autore da capire quale relazione strategica l’amministrazione statunitense privilegerà alla fine tra Riyadh e Tel Aviv.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non si sofferma abbastanza su un punto che riguarda direttamente la stabilità del Mediterraneo allargato: un’eventuale corsa nucleare tra Arabia Saudita e Iran ridefinirebbe gli equilibri di deterrenza in un’area da cui transitano rotte energetiche vitali per l’Europa e l’Italia. Il meccanismo a «scatola nera» descritto nell’articolo, per quanto tecnicamente valido, non offre le stesse garanzie giuridiche del Protocollo Aggiuntivo IAEA, e la storia della proliferazione insegna che le soluzioni tecnologiche reversibili raramente restano tali quando cambiano le priorità politiche. Per Roma, che nella regione mantiene presenza militare e interessi energetici consolidati, la questione non è astratta: un Medio Oriente con più attori dotati di capacità di arricchimento complica ogni pianificazione di lungo periodo, dalla sicurezza marittima alla postura NATO nel fianco sud. Vale la pena osservare con attenzione se il Congresso americano, nei 90 giorni di revisione, riuscirà a introdurre condizioni più stringenti, oppure se l’intesa procederà nella forma attuale.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 28 agosto 2026




