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Lo shock inflazionistico dello Stretto di Hormuz è appena all’inizio

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, i dati inflazionistici di aprile 2026 confermano l’avvio di uno shock economico globale legato all’aumento dei prezzi energetici. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,6 per cento mensile e del 3,8 per cento annuo, il massimo dal maggio 2023. In Filippine l’inflazione annua ha raggiunto il 7,2 per cento, mentre in Turchia ha accelerato al 32,4 per cento. Questi dati riflettono una dinamica comune: il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno determinato un’impennata dei prezzi energetici globali, con il greggio Brent passato da una media di 69 dollari al barile nel 2025 a circa 100 dollari attuali.

L’analisi sottolinea che i prezzi dell’energia rappresentano una variabile centrale nel determinare l’inflazione complessiva. Storicamente, gli episodi di accelerazione inflazionistica globale sono stati quasi sempre accompagnati da rialzi energetici significativi: gli shock petroliferi del 1973 e 1979 spinsero l’inflazione americana verso il 15 per cento nei primi anni Ottanta, costringendo la Federal Reserve di Paul Volcker a innalzare i tassi al 20 per cento. Sebbene l’economia globale sia oggi meno dipendente dall’energia rispetto agli anni Settanta e la politica monetaria sia più disciplinata, il ruolo dei prezzi energetici rimane determinante.

Nel decennio passato, i due principali episodi di inflazione globale – nel 2016-2018 e nel 2021-2022 dopo il Covid – sono stati guidati dall’inflazione energetica. Al contrario, la moderazione inflazionistica tra gennaio 2023 e febbraio 2026 è stata possibile grazie a una prolungata deflazione dei prezzi energetici globali, con soli sei mesi in cui l’inflazione energetica è rimasta positiva.

L’articolo affronta anche la questione causale: alcuni economisti sostengono che non sia la disruption dell’offerta energetica, bensì le condizioni di domanda globale determinate dalla politica monetaria a spiegare i prezzi dell’energia e i loro effetti sull’inflazione. L’esempio è il post-Covid, quando politiche fiscali e monetarie eccessivamente espansive hanno permesso alla domanda globale di superare l’offerta. Tuttavia, questo schema interpretativo funziona meno bene per spiegare il calo inflazionistico dal 2022 in poi, avvenuto senza significative contrazioni della domanda globale, nonostante il restringimento monetario generalizzato. La crescita globale è rimasta resiliente al 3,3 per cento sia nel 2024 che nel 2025, ben al di sopra della media storica del 2,7 per cento.

I banchieri centrali affrontano ora una sfida complessa. Sebbene gli aumenti dei tassi non possano ridurre direttamente il prezzo del petrolio, la vera preoccupazione riguarda gli «effetti di secondo ordine»: il modo in cui gli aumenti iniziali dei prezzi energetici si propagano nei processi macroeconomici che determinano l’inflazione più ampia. Questa dinamica è stata sottolineata anche da Lesetja Kganyago, governatore della banca centrale sudafricana.

Per l’Italia e l’Europa, questo scenario rappresenta una sfida duplice: l’inflazione energetica importata colpisce economie già fragili e dipendenti dalle importazioni di energia, mentre i margini di manovra della politica monetaria si restringono. La resilienza della domanda globale descritta da Chatham House suggerisce che non sarà una recessione a contenere le pressioni inflazionistiche, bensì una prolungata fase di stagflazione relativa. Questo ha implicazioni dirette sulla sostenibilità del debito pubblico italiano e sulla competitività dell’industria manifatturiera nel medio termine.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 13 maggio 2026

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