Il cessate il fuoco Usa-Iran regge su un pareggio impari

Trentotto giorni di conflitto, la chiusura dello Stretto di Hormuz, la decapitazione di parte della leadership iraniana e un memorandum d’intesa che chiude le ostilità senza dichiarare un vincitore: è questo il punto di partenza di un’analisi di Chatham House sul futuro dell’accordo tra Stati Uniti e Iran firmato dopo la guerra.
Secondo il think tank britannico, Washington e Israele possono rivendicare la penetrazione delle difese aeree iraniane e i danni inflitti ai siti nucleari e militari, dimostrando una superiorità militare netta rispetto a Teheran. Tuttavia non sono riusciti a tradurre questo vantaggio nell’obiettivo politico dichiarato: il cambio di regime, o quantomeno una rapida sottomissione politica iraniana.
Teheran, dal canto suo, ha retto all’offensiva e ha dimostrato di poter imporre costi oltre i propri confini, attraverso attacchi in tutta la regione e la chiusura dello Stretto di Hormuz, mantenendo così potere negoziale. Il prezzo pagato, però, è stato un indebolimento economico, un’esposizione militare accresciuta e un maggiore isolamento regionale. Il risultato, scrive Chatham House, è meglio descritto come un pareggio impari.
Il memorandum ha permesso a entrambe le parti di ottenere concessioni parziali. Washington si è assicurata una via verso la riapertura di Hormuz, la stabilizzazione dei mercati energetici e la riduzione del rischio di ulteriore escalation regionale. Teheran ha ottenuto una pausa nei combattimenti e la prospettiva di riprendere le esportazioni petrolifere, oltre ad alleggerimenti sanzionatori e protezione da nuovi attacchi.
Per il presidente Donald Trump, la priorità era riaprire Hormuz ed evitare un confronto prolungato capace di far salire i prezzi del petrolio e l’inflazione in vista delle elezioni di midterm negli Stati Uniti. Teheran, invece, necessita di tempo per valutare i danni subiti dalle infrastrutture militari e nucleari, stabilizzare l’economia e ridurre il rischio di nuovi attacchi.
I negoziati, osserva il rapporto, dovranno affrontare quattro questioni collegate: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il futuro del programma nucleare iraniano, l’alleggerimento delle sanzioni e le garanzie necessarie a tenere in piedi l’intesa. Il ritardo di due giorni prima dell’avvio dei colloqui a Lucerna, in Svizzera, ne è testimonianza concreta: Teheran ha rinviato l’incontro insistendo perché un cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah venga incluso nel memorandum, segnalando che considera Hormuz, il Libano e la minaccia di nuovi attacchi israeliani fronti collegati.
Sul fronte nucleare, le due parti dovranno stabilire se l’arricchimento iraniano potrà proseguire, quali limiti imporre alla capacità residua di Teheran e quale accesso concedere all’Agenzia internazionale per l’energia atomica sui siti danneggiati o non dichiarati. Trump, secondo Chatham House, dovrà presentare qualunque nuova intesa come un miglioramento rispetto all’accordo del 2015 negoziato dall’amministrazione Obama, il Joint Comprehensive Plan of Action. L’alleggerimento delle sanzioni resterà legato a queste richieste nucleari, mentre la sfiducia reciproca, aggravata dal ritiro statunitense del 2018 dall’accordo e da due guerre, continuerà a pesare su ogni fase del processo, insieme all’incognita rappresentata dal comportamento di Israele verso Hezbollah.
Il commento di GrNet.it
Un tavolo negoziale a Lucerna che salta di due giorni perché Teheran pretende di legare Hormuz al fronte libanese: è la scena che meglio racconta quanto l’intesa resti provvisoria. Per un osservatore con esperienza di teatri mediorientali, il dato interessante non è la tregua in sé ma la sua architettura a quattro capitoli — Hormuz, nucleare, sanzioni, garanzie — che nessuna delle parti può risolvere isolatamente. La superiorità militare dimostrata da Washington non si è tradotta in leva negoziale piena, e questo scarto tra potenza di fuoco e risultato politico meriterebbe più attenzione nelle valutazioni italiane sulla sicurezza energetica nel Golfo. Per la Marina militare italiana, che opera nell’area a tutela del traffico mercantile, la persistenza di un potere di interdizione iraniano su Hormuz resta un dato operativo da non sottovalutare, indipendentemente dagli esiti diplomatici.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 giugno 2026




