Hormuz riapre sulla carta, ma il rischio chiusura resta strutturale

Trenta giorni per rimuovere il blocco americano e ripristinare il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz: è quanto prevede l’intesa interinale firmata questa settimana tra Stati Uniti e Iran, secondo quanto ricostruisce Chatham House in un commento pubblicato il 17 giugno 2026. Il think tank britannico sottolinea però che l’accordo, pur promettendo la ripresa immediata della navigazione commerciale, lascia irrisolti nodi tecnici e politici che ne condizionano l’attuazione reale.
Il memorandum d’intesa citato nell’analisi impone a Teheran di avviare, entro trenta giorni, la rimozione di mine e ostacoli disseminati nello stretto durante il conflitto. Si tratta di un’operazione di dragaggio lenta e costosa, che potrebbe richiedere verifiche e supporto esterni, oltre alla bonifica degli ordigni inesplosi finiti in mare. Senza uno schema di separazione del traffico riconosciuto a livello internazionale né altre misure di sicurezza, osserva Chatham House, le navi continueranno a correre rischi di navigazione che ne limitano il transito. “Lo Stretto di Hormuz non è quindi aperto, né vicino ad esserlo”, scrive il think tank.
Resta inoltre indefinita la futura gestione amministrativa dello stretto. Il presidente Trump ha dichiarato che il passaggio sarà “permanentemente esente da pedaggi”, ma l’intesa autorizza l’Iran a definire con l’Oman e altri Stati costieri la gestione futura dei servizi marittimi nell’area; funzionari iraniani avevano già annunciato l’introduzione di tariffe per servizi non specificati. Le compagnie assicurative, nel frattempo, non hanno ridotto in modo significativo i premi marittimi, segnale che il settore attende prove più solide dell’impegno reciproco tra Washington e Teheran.
Il rischio maggiore, per Chatham House, non riguarda solo la riapertura incompleta di Hormuz ma la possibilità di crisi future anche più gravi. Teheran manterrebbe comunque la capacità di richiudere lo stretto, e la sola minaccia potrebbe bastare a scoraggiare il traffico navale senza costi rilevanti per l’Iran. In parallelo, i ribelli Houthi in Yemen, sostenuti da Teheran, potrebbero bloccare lo Stretto di Bab al-Mandab: già l’8 giugno avevano minacciato di colpire navi israeliane o collegate a Israele, e il 10 giugno un mercantile è stato segnalato come oggetto di molestie al largo dello Yemen.
Tra il 2024 e il 2025 gli Houthi avevano già attaccato oltre 190 navi commerciali nel Mar Rosso, provocando cali fino al 90 per cento del traffico nel Canale di Suez, che dipende da Bab al-Mandab come accesso meridionale. Una chiusura combinata dei due stretti, avverte il rapporto, aumenterebbe i costi assicurativi e di trasporto, allungherebbe le rotte attorno al Capo di Buona Speranza e spingerebbe verso l’alto i prezzi di petrolio e gas, con effetti inflattivi diffusi. Le economie più piccole e dipendenti dalle importazioni subirebbero i costi maggiori, fino a essere spinte a negoziare accordi bilaterali di transito con Iran e Houthi, come già avvenuto durante il conflitto con India, Pakistan e Malaysia.
Il commento di GrNet.it
Trenta giorni per bonificare uno stretto minato durante mesi di conflitto è un termine che nella pianificazione navale suona ottimistico più che operativo: le missioni di dragaggio richiedono tempo, mezzi specializzati e spesso il concorso di più marine, come mostra l’esperienza NATO nel Golfo Persico degli anni Ottanta e Novanta. L’analisi di Chatham House mette in luce un rischio che riguarda direttamente la sicurezza marittima del Mediterraneo allargato: una chiusura combinata di Hormuz e Bab al-Mandab colpirebbe le rotte energetiche verso l’Italia, già esposta per la dipendenza da import via Suez. Le missioni europee di protezione del naviglio nel Mar Rosso, richiamate nel rapporto, restano uno strumento reattivo più che risolutivo, e la loro efficacia dipenderebbe dalla capacità di sostenere una presenza prolungata in due teatri contemporaneamente. Per la Marina Militare italiana, impegnata da anni in operazioni di scorta nell’area, il tema non è teorico ma di pianificazione delle risorse disponibili.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 17 giugno 2026




