L’Egitto mediatore: come il Cairo lavora per terminare la guerra con l’Iran

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, l’Egitto sta conducendo una campagna diplomatica attiva per porre fine alla guerra con l’Iran, mosso da obiettivi strategici che vanno oltre la semplice ricerca di influenza regionale. La strategia egiziana riflette un approccio complessivo di gestione del rischio in un contesto volatile, finalizzato a difendere gli interessi nazionali, stabilizzare i confini e rivitalizzare un’economia gravemente indebolita dal conflitto.
Il Cairo ha inizialmente condannato i raid israeliani su Teheran nel giugno 2025 e ha spinto per la de-escalation prima degli attacchi americani e israeliani di febbraio 2026, senza però condannare pubblicamente questi ultimi, riflettendo il coinvolgimento profondo degli Stati Uniti. Successivamente, l’Egitto ha condannato gli attacchi iraniani sui Paesi del Golfo, ha dispiegato caccia Rafale e sistemi di difesa aerea negli Emirati Arabi Uniti e in altri Stati della regione, e il presidente Abdel-Fattah el-Sisi ha effettuato due visite nel Golfo dal scoppio della guerra, esortando pubblicamente il presidente Trump a fermare il conflitto a marzo.
Un elemento centrale della strategia egiziana è la formazione di un gruppo informale quadrilaterale con Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, paesi che condividono preoccupazioni riguardo all’agenda regionale promossa da Israele e dai suoi alleati, inclusi gli Emirati Arabi Uniti, e temono che un collasso del regime iraniano potrebbe alterare l’equilibrio regionale a favore di Israele. Dalla metà di marzo, i membri del gruppo hanno condotto diversi incontri diplomatici. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha guidato una campagna diplomatica intensa, coordinandosi strettamente con i partner del gruppo, gli Stati del Golfo, gli Stati Uniti e le potenze europee. Nel marzo 2026, il Servizio di Intelligence Generale egiziano ha avviato contatti segreti con la Guardia Rivoluzionaria iraniana e ha proposto una tregua di cinque giorni come misura di fiducia per un cessate il fuoco, contribuendo all’adozione di un approccio più diplomatico da parte di Trump.
L’Egitto persegue quattro obiettivi principali. Primo, preservare la sicurezza e la libertà di navigazione nello Stretto di Bab al-Mandab e nel Mar Rosso, prevenendo l’egemonia di una singola potenza nel Corno d’Africa e incoraggiando gli Houthi yemeniti a restare fuori dal conflitto. Secondo, controbilanciare le ambizioni israeliane di dominanza regionale. Terzo, riportare l’attenzione dell’amministrazione Trump su altri conflitti che il Cairo considera minacce più serie: il cessate il fuoco vacillante a Gaza, la guerra in Sudan e la disputa con l’Etiopia sulla Grande Diga della Rinascita Etiope. Quarto, assicurare l’impegno continuo degli Stati Uniti e degli Stati del Golfo a investire nell’economia egiziana, tra le più vulnerabili all’aumento dei prezzi energetici e alla fuga di investitori stranieri. Dal scoppio della guerra, i prezzi del carburante sono aumentati fino al 30 per cento, mentre la sterlina egiziana ha perso valore.
La mediazione rappresenta una scelta politica consolidata per il Cairo, riflettendo l’avversione al rischio intrinseca e gli sforzi per aumentare la rilevanza diplomatica e ripristinare la reputazione di baluardo di stabilità. Accanto alla diplomazia, l’Egitto ha mostrato una crescente tendenza al dispiegamento militare, come dimostrato dall’invio di truppe a Mogadiscio a febbraio 2026 nel contesto del contrasto alle ambizioni etiopi e israeliane nel Corno d’Africa, e dal dispiegamento nel Golfo come segnale di allineamento con i partner regionali.
Tuttavia, la visione egiziana per l’ordine regionale post-bellico si basa su formule tradizionali di sicurezza nazionale panaraba che non necessariamente godono di ampio sostegno nella regione. A marzo, il ministro Abdelatty ha riproposto l’appello del presidente Sisi del 2015 per l’istituzione di una forza militare araba congiunta, ma le élite arabe rimangono divise su chi sia il principale avversario—se l’Iran o Israele—e mancano di una posizione unificata. Il piano affronta inoltre disaccordi sulla struttura e il comando della forza, oltre a potenziale opposizione americana.
L’analisi evidenzia come il Cairo stia adottando una strategia di equilibrio tra diplomazia e capacità militare, un approccio che rispecchia la tradizionale prudenza egiziana ma che rivela anche i limiti strutturali di una potenza regionale costretta a mediare tra attori globali e regionali ben più forti. Per l’Italia e la NATO, il ruolo egiziano nel Mediterraneo e nel Mar Rosso rimane cruciale: la stabilità del Canale di Suez e della navigazione nel Bab al-Mandab dipendono dalla capacità del Cairo di mantenere equilibri precari. La crescente militarizzazione egiziana nel Golfo e nel Corno d’Africa segnala una diversificazione dei rischi che merita attenzione strategica europea, soprattutto considerando le implicazioni per la sicurezza marittima globale.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 18 maggio 2026




