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Washington rafforza la presenza militare in Puntland tra le tensioni nel Mar Rosso

Perché gli Stati Uniti scelgono di ampliare una base militare in Puntland, e non a Djibouti, dove già dispongono della loro maggiore installazione permanente in Africa? La risposta, secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, sta nella guerra in corso nel Mar Rosso e nella necessità di un accesso operativo senza i vincoli imposti da altri partner regionali.

All’inizio di agosto il massimo comandante delle operazioni speciali statunitensi per l’Africa ha firmato un accordo di sicurezza con il presidente del Puntland, regione semi-autonoma della Somalia nord-orientale, per espandere l’installazione militare americana a Bosaso. L’annuncio è arrivato tramite una breve dichiarazione del governo del Puntland, che parla di operazioni antiterrorismo e protezione della sicurezza marittima. Non esiste un testo pubblico dell’intesa, e né l’Africa Command (AFRICOM) né altre autorità di Washington l’hanno finora confermata.

L’accordo sarebbe stato negoziato senza il coinvolgimento del governo centrale di Mogadishu, la cui autorità il Puntland non riconosce. Samar Al-Bulushi, professoressa associata all’Università della California a Irvine e non-resident fellow del Quincy Institute, osserva che questa informalità è significativa: se Washington rivendica il rispetto della sovranità somala, la negoziazione diretta con entità sub-statali contraddice quella posizione.

Cameron Hudson, già direttore per gli affari africani al National Security Council, ricorda che gli Stati Uniti utilizzano da anni il Puntland come base d’appoggio per operazioni in Somalia, in gran parte attraverso una struttura gestita dagli Emirati Arabi Uniti a Bosaso. Ora, secondo Hudson, Washington percepirebbe l’esigenza di una base interamente propria nella regione.

Il contesto che spiega la mossa, secondo gli esperti citati, non è interno alla Somalia ma esterno: dal 20 luglio i Houthi yemeniti hanno imposto un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita nel Mar Rosso, dichiarato come risposta ad attacchi sauditi. Una base a Bosaso collocherebbe le forze statunitensi più vicine allo stretto di Bab al-Mandab, attraverso cui transita tra il 10 e il 12% del traffico marittimo globale. A differenza di Djibouti, che ospita Camp Lemonnier ma ha posto limiti agli attacchi contro gli Houthi lanciati dal proprio territorio per timore di essere coinvolta nel conflitto, il Puntland offrirebbe ad AFRICOM maggiore libertà operativa.

Michael Woldemariam, dell’Università del Maryland e senior fellow non-resident dell’Atlantic Council, sostiene che la logica dell’operazione sia comprensibile solo in relazione alle questioni del Mar Rosso, del Golfo e della sicurezza marittima. Al-Bulushi definisce l’intesa un’espressione di rapporti «da militare a militare», che tende a escludere rappresentanti eletti, diplomatici o funzionari politici da entrambe le parti.

Hudson avverte inoltre di un rischio strutturale: se Washington denuncia la debolezza e le divisioni della Somalia e poi rafforza gli stati periferici a scapito del governo centrale, finisce per accelerare proprio quel processo di frammentazione che dice di voler contrastare. Nei giorni precedenti l’annuncio del Puntland, funzionari di AFRICOM hanno incontrato anche la leadership del Jubaland, altro stato federale che non riconosce l’autorità di Mogadishu.

Woldemariam ritiene che la traiettoria politica somala fosse già instabile prima di questo accordo, per le dispute costituzionali che hanno paralizzato la cooperazione tra Mogadishu e gli stati periferici. Resta tuttavia convinto che gli sviluppi indichino un ampliamento della presenza statunitense lungo tutto il litorale del Corno d’Africa sul Mar Rosso, di cui non è ancora chiara la forma definitiva.

Il commento di GrNet.it

Bosaso, un porto sul Golfo di Aden dove convivono una struttura emiratina consolidata e ora l’ambizione statunitense di una base propria: è da qui che passa, in concreto, la logica di questa espansione. Per chi ha osservato altre teatri africani, il modello del rapporto diretto tra comandi militari e autorità locali, bypassando i canali diplomatici e il governo centrale, non è una novità, ma qui si applica a un nodo marittimo di rilievo per le rotte verso il Mediterraneo. Se il blocco Houthi contro l’Arabia Saudita dovesse consolidarsi, le ripercussioni sui flussi che transitano da Suez toccherebbero direttamente gli interessi commerciali italiani ed europei, ben oltre la vicenda somala in sé. Restano da capire i costi politici di un approccio che, secondo gli stessi analisti citati, rischia di indebolire ulteriormente l’autorità di Mogadishu proprio mentre la si dichiara un obiettivo da sostenere.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 11 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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