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Sudan, El Obeid rischia di diventare la nuova El Fasher

Secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, l’amministrazione statunitense dispone di prove sufficienti sul ruolo degli Emirati Arabi Uniti nel rifornire le Forze di supporto rapido (RSF) in Sudan, ma sceglie di non tradurle in pressione politica reale, condizionata dal peso degli 1.400 miliardi di dollari di investimenti promessi da Abu Dhabi negli Stati Uniti.

Il pezzo, firmato da Elfadil Ibrahim, prende le mosse dall’allarme lanciato da Massad Boulos, consigliere della Casa Bianca per l’Africa, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la comunità internazionale non può restare a guardare mentre El Obeid, città di circa mezzo milione di abitanti, rischia di ripetere il destino di El Fasher, caduta nell’ottobre 2025 con oltre 6.000 civili uccisi in tre giorni in quella che l’Onu ha definito una campagna con i «tratti distintivi del genocidio».

La guerra civile sudanese, giunta al quarto anno, oppone le RSF paramilitari alle Forze Armate Sudanesi (SAF) ed è ormai un conflitto per procura regionale: gli Emirati sostengono le RSF, mentre Egitto e Turchia riforniscono l’esercito regolare di armi, droni e addestramento. L’Arabia Saudita appoggia politicamente Khartoum, complicando ulteriormente la mediazione, come ha ammesso lo stesso Segretario di Stato Marco Rubio davanti alla Commissione Esteri del Senato.

Il giorno stesso dell’intervento di Boulos all’Onu, il Dipartimento del Tesoro ha annunciato sanzioni contro individui ed entità legate a entrambe le parti del conflitto. Ma l’articolo rileva un’omissione precisa: le sanzioni colpiscono gli intermediari che reclutano mercenari colombiani per le RSF, senza però toccare la società con sede ad Abu Dhabi che li recluta, addestra e trasporta verso i campi di battaglia del Darfur. Un’inchiesta di The Sentry ha individuato in Ahmed al-Humairi, alto funzionario emiratino, il fondatore e già unico proprietario di quella società, oggi guidata dal connazionale Mohamed Hamdan al-Zaabi.

Nonostante il ruolo emiratino sia riconosciuto pubblicamente da membri del Congresso e dallo stesso Rubio, le vendite di armi ad Abu Dhabi non sono state condizionate. L’autore lo collega direttamente all’impegno finanziario emiratino verso gli Stati Uniti, riaffermato anche dopo che la guerra Usa-Israele contro l’Iran aveva esposto le infrastrutture emiratine a possibili ritorsioni.

Il Regno Unito, secondo l’articolo, compie lo stesso calcolo: in qualità di penholder per il dossier Sudan al Consiglio di Sicurezza, avrebbe la responsabilità formale di guidare la risposta internazionale, ma la testimonianza dell’investigatore Nathanial Raymond davanti a una commissione parlamentare britannica ha rivelato che il Foreign Office avrebbe insabbiato prove sul legame Emirati-RSF per proteggere le relazioni economiche e diplomatiche con Abu Dhabi. Lo stesso Raymond ha riferito di aver condiviso dati analoghi con Tesoro e Dipartimento di Stato americani, che li avrebbero usati solo per sanzioni limitate, mentre il Guardian ha riportato che Washington avrebbe bloccato una propria valutazione interna che avrebbe potuto portare a una formale determinazione di genocidio su El Fasher.

Sul fronte legislativo, sia la Camera che il Senato hanno proposto misure per vincolare l’esecutivo a identificare e sanzionare i paesi che armano le RSF, ma entrambi i testi contengono una clausola di deroga presidenziale per interesse nazionale. Un emendamento del senatore Chris Van Hollen per vietare esplicitamente le forniture militari agli Emirati è stato respinto 15 a 7.

Il commento di GrNet.it

Quanto vale, in termini pratici, il riconoscimento pubblico di una responsabilità se non produce alcuna conseguenza concreta? L’articolo mostra che Washington e Londra hanno individuato con precisione il canale emiratino verso le RSF, ma la clausola di deroga per interesse nazionale, presente in entrambi i disegni di legge americani, trasforma ogni misura in uno strumento a discrezione dell’esecutivo. Per l’Italia, che nel Mediterraneo allargato ha interessi diretti sulla stabilità del Corno d’Africa e sui flussi migratori originati dal Sudan, la vicenda segnala quanto la crisi sudanese resti priva di un vero commitment. Roma non ha un ruolo negoziale paragonabile a quello britannico o statunitense in questo dossier, ma l’assenza di leva occidentale reale rischia di lasciare il campo aperto a un prolungamento del conflitto con ricadute umanitarie che difficilmente resteranno confinate al continente africano.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 2 luglio 2026

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