L’Europa come «centro aperto»: una proposta di ruolo per un ordine mondiale in transizione

«Stiamo vivendo una rottura definitiva, non un turbamento passeggero»: con questa formula, pronunciata dal primo ministro canadese Mark Carney a Davos all’inizio del 2026, Grégoire Roos apre su The World Today di Chatham House un saggio che propone per l’Europa un ruolo inedito nell’ordine internazionale che si sta ridisegnando. Non il ritorno alle certezze del dopoguerra, non l’imitazione della durezza geopolitica altrui, ma qualcosa che l’autore definisce «centro aperto».
Il punto di partenza è una diagnosi condivisa da più voci. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha aggiornato la sua lettura del sistema internazionale: non più un «triangolo di potere» tra Occidente, Oriente e Sud globale, ma un «rettangolo», perché la frattura tra Stati Uniti ed Europa rende il riflesso transatlantico sempre meno automatico. Il ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar ha ricordato agli europei che tendono a considerare i propri problemi come problemi del mondo, senza estendere la stessa logica in senso inverso. Roos legge questi interventi come un’ingiunzione strategica collettiva.
La risposta che propone non è né nostalgia né mimesi della hard power. L’Europa, argomenta, ha una competenza storica specifica: quella di dare forma alla pluralità, di costruire istituzioni in cui poteri rivali, memorie contrastanti e verità in conflitto possano coesistere senza lacerare il tessuto politico. Non si tratta di un’affermazione di innocenza — il testo riconosce esplicitamente il peso di impero, ipocrisia e violenza nella storia europea — ma di una risorsa che il resto del mondo potrebbe trovare utile in un’epoca di eccesso e instabilità.
Il «centro aperto» non è una fortezza con migliori maniere, né un nucleo che emette istruzioni verso una periferia. È il punto in cui le differenze possono ancora essere tenute in equilibrio e una direzione comune può ancora essere costruita. Roos richiama il concetto di «ospitalità linguistica» del filosofo francese Paul Ricœur: l’Europa recupererà credibilità non rinunciando all’universalismo, ma imparando a tradurlo senza renderlo imperiale.
Una condizione però è preliminare: il rinnovamento interno. Un dato misurato da Pew nel 2025 su 23 paesi mostra una mediana del 58 per cento di insoddisfatti per il funzionamento della democrazia; in Europa la forbice va dal 75 per cento di soddisfatti in Svezia al 19 per cento in Grecia. Nessuna società, osserva il saggio, può sostenere ambizioni esterne a lungo se i propri cittadini sperimentano solo deriva interna. Il «centro aperto» richiede quindi energia accessibile, alloggi dignitosi, infrastrutture digitali e di trasporto, università capaci di attrarre talenti da Africa, America Latina e Asia, e istituzioni abbastanza competenti da essere credibili.
Sul piano della governance globale, il ragionamento si estende alla riforma delle istituzioni multilaterali: l’Europa non può invocare la legittimità del multilateralismo resistendo al tempo stesso a una redistribuzione reale del potere decisionale. Roos cita esplicitamente la necessità che Africa e Asia ottengano un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’inclusione, scrive, non è carità: è la condizione sotto cui la legittimità sopravvive.
Il saggio si chiude su una nota politica: le elezioni presidenziali francesi del 2027 sono indicate come il primo banco di prova per verificare se l’Europa sarà narrata come civiltà in declino o come comunità capace di ridefinire il proprio ruolo. La sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria viene letta come segnale che una politica fondata sulla nostalgia della fortezza difficilmente prevarrà a tempo indeterminato.
Il commento di GrNet.it
La dottrina della «deterrenza per negazione» elaborata dalla NATO negli anni Ottanta insegnava che la credibilità esterna di un’alleanza dipende dalla coesione interna dei suoi membri: un principio che Roos riformula in chiave civile, spostando il peso dalla spesa militare alla tenuta democratica. Per l’Italia, che ospita basi NATO strategiche e siede al confine tra l’Europa e il Mediterraneo allargato, la tesi ha una ricaduta concreta: la proiezione esterna — diplomatica, economica, di sicurezza — regge solo se il paese che la esercita mantiene sufficiente coesione interna da risultare un interlocutore prevedibile. Il riferimento di Roos alla necessità di attrarre talenti da Africa e Asia tocca anche la questione delle università e dei centri di ricerca italiani, che potrebbero beneficiare di una politica europea coordinata in questo senso, ma che oggi mancano delle risorse per competere. Resta aperta la domanda su chi, in concreto, dovrebbe tradurre questa visione in architettura istituzionale: il saggio è più persuasivo nella diagnosi che nella prescrizione operativa.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026




