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Sciami di droni: l’architettura software conta quanto l’hardware

Un laptop, un tablet, uno smartphone: da questi dispositivi i comandanti ucraini, a ogni livello di comando, accedono a DELTA, l’ecosistema digitale che il Ministero della Difesa di Kyiv definisce una fonte unificata di scambio dati, operativa ovunque. È da questa realtà di campo che parte l’analisi di Linus Terhorst per il Royal United Services Institute, dedicata alle conseguenze industriali delle scelte architetturali sul software che governa i sistemi autonomi e gli sciami di droni.

Negli ultimi quattro anni il panorama industriale della difesa occidentale è cambiato in profondità: alle aziende storiche, che hanno ampliato la capacità produttiva per soddisfare la domanda proveniente da Ucraina e forze occidentali, si sono affiancate oltre 230 start-up nate dal 2022 in avanti, gran parte delle quali concentrate su droni e sui sistemi digitali che li rendono operativi. Molte di queste imprese riforniscono l’Ucraina mentre investono in ricerca e sviluppo su sciami capaci di combinare numerosi sistemi con un potenziale rilevante per l’efficacia in combattimento, in attesa di programmi di acquisizione più ampi in Europa.

Il rapporto individua due visioni contrapposte: un’integrazione stretta tra hardware e software in ecosistemi chiusi, oppure un’architettura aperta che separa il software dall’hardware, consentendo a piattaforme e sensori di produttori diversi di operare insieme. Secondo l’autore, l’esigenza di integrazione multidominio e di interoperabilità tra alleati NATO spinge verso architetture più aperte: i sistemi chiusi ottimizzano le prestazioni entro una singola famiglia di piattaforme, ma rendono più difficile e costoso incorporare capacità di altri produttori o nazioni partner. Il Ministero della Difesa britannico ha già avviato un percorso in questa direzione con il framework Digital Targeting Web.

L’architettura software incide anche sulla resilienza industriale. Le forze armate europee immaginano una combinazione di sistemi sofisticati e capacità a basso costo, disponibili in grandi numeri: droni da attacco, munizioni vaganti, sistemi definiti attritable perché più sopravvivibili ma comunque consumabili in massa durante un conflitto. Il problema, evidenzia Terhorst, è che la domanda in tempo di pace resta limitata, quasi solo per l’addestramento, e i produttori faticano a mantenere capacità produttiva e filiere pronte per uno scenario bellico.

Una soluzione, secondo il rapporto, non è mantenere capacità produttiva inutilizzata ma distribuire la produzione su una base industriale più ampia, includendo aziende civili che in caso di mobilitazione possano riconvertirsi rapidamente, poiché molti sistemi disposable si basano su componenti commerciali reperibili. Questo modello richiede però che l’architettura software consenta a nuovi produttori di integrarsi rapidamente nelle reti di comando e controllo.

Sul fronte procurement, il documento distingue tra affidamento a un fornitore commerciale unico – con il rischio di vendor lock-in, mitigato dal Regno Unito mantenendo la proprietà intellettuale e riaprendo periodicamente le gare – e sviluppo interamente pubblico, tramite istituti di ricerca come nel caso della Unmanned Maritime Autonomy Architecture sviluppata da Johns Hopkins University e US Navy. L’autore osserva che l’afflusso di capitali legato all’alta domanda NATO e ucraina ha in parte corretto i tradizionali fallimenti di mercato della difesa, incentivando le aziende a investire autonomamente, come dimostra l’adozione diffusa del software SitaWare di Systematic tra gli alleati.

Il commento di GrNet.it

Che cosa succede quando un alleato NATO adotta un algoritmo di targeting che interpreta i dati diversamente dal nostro? Il rapporto RUSI solleva un problema che nessuna esercitazione multinazionale ha ancora affrontato con la dovuta serietà, quello dell’interoperabilità cognitiva tra sistemi autonomi di provenienza diversa, non solo tecnica. Per l’Italia, che investe in droni e sciami senza ancora aver definito uno standard architetturale nazionale, la scelta tra ecosistemi chiusi legati a un singolo fornitore e architetture aperte capaci di integrare più produttori determinerà anche la capacità della nostra base industriale, fatta in larga parte di piccole e medie imprese, di partecipare da protagonista e non da subfornitore. Resta da capire se il Ministero della Difesa italiano abbia le competenze ingegneristiche interne per gestire una architettura aperta, come il RUSI segnala essere un limite comune a molti governi europei.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 3 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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