NATOOsservatorio Strategico

Deterrenza in Europa: la Baltico non basta più come unico scenario

Dalla fine della Guerra Fredda la pianificazione della difesa europea si è concentrata su un’ipotesi ricorrente: un’incursione russa limitata nei territori baltici, seguita da un’eventuale escalation verso un’operazione più ampia per respingere Mosca, comprensiva della neutralizzazione di Kaliningrad. È questo lo scenario dominante che Sidharth Kaushal e Matthew Savill, ricercatori del Royal United Services Institute (RUSI), mettono in discussione in un commento pubblicato dal think tank britannico, sostenendo che questa impostazione rischia di orientare male gli investimenti europei nella difesa.

Gli autori osservano che tale contingenza, pur meritevole di attenzione pianificatoria, non dovrebbe monopolizzare il dibattito. Alcune stime citate nell’articolo indicano che contenere sfondamenti russi sul fianco orientale dell’Alleanza richiederebbe fino a 300.000 truppe aggiuntive e 1.400 carri da battaglia: una cifra che rende la difesa europea difficilmente sostenibile senza un supporto americano costante.

Il rapporto propone di collocare la deterrenza europea dentro un contesto strategico globale, non regionale. Una crisi o un conflitto sino-americano nell’Indo-Pacifico, sostengono Kaushal e Savill, non ridurrebbe soltanto le risorse militari statunitensi disponibili per l’Europa, ma cambierebbe radicalmente le condizioni in cui la Russia potrebbe valutare un’azione in Europa. In tale scenario, Mosca potrebbe scegliere di restare neutrale, sfruttando la propria posizione di fornitore di idrocarburi a Pechino non dipendente da rotte marittime vulnerabili, per poi negoziare condizioni più favorevoli con la Cina o con Washington.

Citando ufficiali russi come il generale Sterlin, ex capo della direzione operazioni principali dello Stato maggiore, e Gerasimov, gli autori evidenziano che la dottrina russa non concepisce una guerra regionale come un affare contenibile: prevede l’uso di armi nucleari non strategiche e la distruzione preventiva delle piattaforme lancia-missili da crociera avversarie. Ciò significa che il bilanciamento teatro-largo — colpi in profondità e difesa aerea e missilistica integrata — conta più dell’equilibrio locale delle forze in un singolo punto del fronte.

Il documento suggerisce quindi uno spostamento da una postura di pura difesa territoriale verso una strategia di risk manipulation, tesa a convincere Mosca che un conflitto regionale sarebbe imprevedibile e non necessariamente vantaggioso. Gli autori paragonano il costo dell’acquisizione australiana di 220 missili Tomahawk, circa 833 milioni di dollari inclusi i costi operativi, con il costo annuale di mantenimento di una singola brigata corazzata, pari a circa 600 milioni di dollari, per sostenere che investire in capacità di attacco a lungo raggio e difesa missilistica risulterebbe più sostenibile rispetto a replicare un modello di difesa puramente territoriale senza il contributo statunitense.

Kaushal e Savill concludono che l’obiettivo non è garantire la certezza di una difesa territoriale totale, cosa mai promessa nemmeno durante la Guerra Fredda, ma alterare gli incentivi strategici di Mosca affinché la neutralità in un’eventuale crisi indo-pacifica appaia la scelta più sicura per la Russia stessa.

Il commento di GrNet.it

L’analisi RUSI non affronta però un nodo che riguarda direttamente Roma: chi, nell’architettura industriale europea, dovrebbe produrre i missili da crociera e i sistemi di difesa aerea integrata su cui si baserebbe questa postura di risk manipulation. Gli autori citano l’acquisizione australiana di Tomahawk come termine di paragone economico, ma l’Italia non dispone oggi di una filiera nazionale comparabile per lo strike a lungo raggio, e dipende in larga misura da programmi multinazionali o da forniture statunitensi. Se la deterrenza europea dovesse davvero spostarsi dal denial territoriale al colpire in profondità e pinning delle forze russe, la Marina Militare e l’Aeronautica si troverebbero a dover ripensare priorità di investimento già scritte nei documenti programmatici pluriennali. Resta poi da capire come si concili questa impostazione, che presuppone una minaccia indo-pacifica come variabile determinante, con la postura mediterranea italiana, orientata storicamente al fianco sud dell’Alleanza più che al bilanciamento teatro-largo verso la Russia settentrionale.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 13 luglio 2026

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio