Restrizioni ai social media per i minori: un primo argine alla radicalizzazione online

Dalla seconda metà degli anni Dieci, l’ecosistema digitale ha smesso di essere uno spazio neutro per i giovani: algoritmi progettati per massimizzare il tempo di permanenza online convogliano gli utenti verso comunità misogine, subculture che glorificano la violenza e ambienti di radicalizzazione estremista. Su questo sfondo, la ricercatrice Claudia Wallner del Royal United Services Institute (RUSI) pubblica un’analisi in cui sostiene che le restrizioni d’età per i minori sui social media costituiscono un primo livello di una strategia più ampia di riduzione del danno, con implicazioni che vanno ben oltre la salute mentale.
Il governo britannico ha confermato l’introduzione di limiti d’accesso ai social media per gli under 16, con una legge attesa entro la fine del 2026 e l’entrata in vigore prevista per la primavera del 2027. Misure analoghe sono già operative in Australia, dove il divieto per i minori di 16 anni è in vigore dal dicembre 2025, mentre il Canada ha annunciato una propria legislazione in materia.
Il nodo centrale dell’analisi riguarda la vulnerabilità strutturale dell’adolescenza: una fase di formazione dell’identità, sperimentazione sociale e forte sensibilità all’appartenenza e al riconoscimento tra pari. Secondo un rapporto del governo britannico citato nel testo, la solitudine in Gran Bretagna è quadruplicata dal 2019 e il 70% dei giovani tra i 18 e i 24 anni dichiara di sentirsi solo. Molti adolescenti entrano negli spazi digitali già in cerca di comunità, il che li rende più permeabili a qualunque gruppo li raggiunga per primo.
A differenza del passato, quando l’esposizione a influenze dannose richiedeva una prossimità fisica — un gruppo di pari tossico, una rete estremista locale — oggi queste comunità sono accessibili su richiesta, spesso su più piattaforme contemporaneamente e frequentemente veicolate dagli algoritmi attraverso contenuti apparentemente ordinari su temi come la forma fisica, le relazioni sentimentali o il miglioramento personale. Questi punti di ingresso possono condurre, in tempi relativamente brevi, verso spazi di risentimento misogino, comunità ossessionate dalla violenza e ambienti di estremismo violento tradizionale.
Il RUSI riconosce i limiti della misura: le restrizioni non elimineranno i contenuti dannosi, non sostituiranno gli interventi specialistici sul contrasto all’estremismo e non impediranno agli adolescenti più determinati di aggirarle. Tuttavia, potrebbero ridurre il volume complessivo dell’esposizione, ritardare l’ingresso in ambienti a rischio e offrire a famiglie e scuole un quadro normativo più solido. Il paragone proposto è con le restrizioni d’età su alcol, tabacco e gioco d’azzardo: non eliminano il consumo, ma ne modificano i modelli di accesso.
Rimangono aperte questioni di perimetro: le piattaforme social tradizionali non sono gli unici vettori di contenuti dannosi, e un approccio ristretto potrebbe spingere i minori verso spazi meno regolamentati. L’annuncio britannico prevede di estendere alcune restrizioni anche a funzionalità di altri servizi online, inclusi i siti di gaming, pur lasciando invariato il gioco multiplayer in sé.
Sul piano della comunicazione pubblica, il testo avverte che presentare la misura come un «divieto» rischia di favorire l’elusione. Un approccio più efficace coinvolgerebbe i giovani nella progettazione delle politiche e li aiuterebbe a sviluppare abitudini digitali più consapevoli. Le restrizioni, conclude l’analisi, dovrebbero affiancarsi a una regolamentazione più stringente delle piattaforme, a interventi di rimozione rapida dei contenuti pericolosi e a investimenti in alternative offline — spazi giovanili, attività sportive e culturali, reti di mentoring — capaci di offrire ciò che le comunità online promettono ma raramente forniscono: appartenenza, identità e relazioni significative.
Il commento di GrNet.it
Le restrizioni d’età sui social media sono uno strumento di prevenzione della radicalizzazione prima ancora che di tutela della salute mentale: questa lettura merita attenzione anche in Italia, dove i programmi di contrasto all’estremismo violento si confrontano da anni con la difficoltà di intercettare percorsi di radicalizzazione che si sviluppano quasi interamente online. Il modello australiano, già operativo dal dicembre 2025, offre un banco di prova concreto su cui misurare l’efficacia delle misure di verifica dell’età e i fenomeni di migrazione verso piattaforme meno regolamentate. Vale la pena chiedersi se le strutture italiane di prevenzione — dal Centro Nazionale per il Contrasto alla Radicalizzazione alle prefetture — dispongano di strumenti analitici adeguati a monitorare questi spostamenti tra piattaforme nel momento in cui le restrizioni entrassero in vigore anche in ambito europeo. L’analisi del RUSI suggerisce implicitamente che senza investimenti paralleli in alternative offline, qualsiasi misura restrittiva rischia di spostare il problema senza risolverlo: una considerazione che riguarda tanto la politica giovanile quanto quella della sicurezza interna.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 16 giugno 2026




