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La riapertura di Hormuz non risolve la vulnerabilità energetica europea

«Non esistono soluzioni rapide sul lato dell’offerta»: la frase compare in un’analisi di Chatham House che ridimensiona l’ottimismo seguito all’annuncio, questa settimana, di un’intesa quadro tra Stati Uniti e Iran per garantire il transito delle navi nello Stretto di Hormuz, chiuso dopo l’attacco statunitense-israeliano contro Teheran.

Secondo il think tank britannico, anche in caso di accordo duraturo serviranno mesi prima che i flussi marittimi tornino ai livelli precedenti. Le rotte devono essere riprogrammate, le catene di approvvigionamento riorganizzate e, soprattutto, compagnie assicurative e armatori devono essere convinti della sicurezza del passaggio nel lungo periodo, condizione tutt’altro che scontata.

Il punto più rilevante, secondo l’analisi, riguarda però la trasformazione strutturale del mercato globale del gas naturale liquefatto (GNL), da cui l’Europa dipende in misura crescente. Dal 2021 al 2025 la quota di GNL europeo proveniente dagli Stati Uniti è salita dal 28 al 58 per cento; nel primo trimestre 2026 ha toccato il 63 per cento, secondo i dati citati dal rapporto.

Prima della guerra, il Qatar era destinato a diventare un fornitore chiave di diversificazione per l’Europa, con un piano per raddoppiare la propria capacità di esportazione entro il 2030. I missili iraniani hanno invece distrutto circa un sesto della capacità di esportazione qatariota: anche con un’intesa concreta che consenta il riavvio delle esportazioni nei prossimi mesi, il ripristino della capacità danneggiata potrebbe richiedere anni, mentre l’espansione prevista subirà ritardi. Il rapporto osserva che parte dei progetti pianificati potrebbe non concretizzarsi affatto, e che il GNL del Golfo incorporerà d’ora in avanti un premio di rischio geopolitico legato a eventuali chiusure o conflitti nello Stretto.

Di conseguenza, la dipendenza europea dal GNL statunitense è destinata ad aumentare ulteriormente, anche in considerazione della decisione dell’Unione Europea a Ventisette di vietare tutte le importazioni di gas russo entro la fine del 2027. Gli autori ritengono possibile che nel 2026 gli Stati Uniti superino la Norvegia come primo fornitore complessivo di gas dell’Europa, un ruolo che fu della Russia prima del 2022.

Questa dipendenza, sostiene il rapporto, espone l’Europa a possibili pressioni statunitensi: la Strategia di sicurezza nazionale USA dichiara esplicitamente l’intenzione di usare le esportazioni energetiche come leva geopolitica. Un effetto già visibile, secondo Chatham House, sarebbe l’annacquamento previsto delle norme UE sulle emissioni di metano legate alla produzione di GNL, sotto pressione statunitense.

Sul fronte dei prezzi, il rapporto segnala che gli stoccaggi di gas in Europa restano al 45 per cento, contro una media stagionale del 55 per cento, il che spingerà la domanda verso l’alto nei mesi estivi e autunnali in vista del riempimento invernale. La concorrenza tra acquirenti asiatici ed europei per il GNL qatariota ridotto, aggravata da una domanda asiatica rafforzata dai fenomeni climatici legati a El Niño, mantiene alta la pressione sui prezzi. Gli Stati Uniti prevedono di aumentare le proprie esportazioni di GNL di quasi il 30 per cento il prossimo anno e di oltre il doppio entro il 2029, il che secondo il rapporto eserciterà pressione al rialzo anche sui prezzi interni statunitensi, rafforzando il legame tra prezzi americani, europei e asiatici.

Il commento di GrNet.it

Un deposito di stoccaggio al 45 per cento a giugno, contro una media stagionale del 55, è il tipo di dato che in una sala operativa energetica genererebbe più di una preoccupazione, perché racconta una vulnerabilità che nessun accordo diplomatico su Hormuz può colmare nel breve periodo. La lezione, per chi ha visto pianificare la sicurezza degli approvvigionamenti come si pianifica una logistica militare, è che la dipendenza da un singolo fornitore — ieri la Russia, oggi gli Stati Uniti — resta un rischio strutturale indipendentemente dall’alleanza politica con quel fornitore. L’Italia, snodo mediterraneo per i flussi di GNL e potenziale hub verso l’Europa centrale, dovrebbe leggere questa analisi non come una rassicurazione ma come un promemoria sulla necessità di accelerare la riduzione della domanda, l’unica leva su cui Roma e Bruxelles hanno margine di manovra reale. Diversificare le fonti non basta se la diversificazione stessa dipende da infrastrutture vulnerabili a un conflitto lontano.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 18 giugno 2026

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