Quattro anni per la deterrenza europea senza gli Stati Uniti

Quanto tempo resta alla NATO europea per colmare il vuoto lasciato da Washington? Quattro anni, secondo il generale Sir Richard Barrons, senior consulting fellow di Chatham House e coautore della Strategic Defence Review, SDR, britannica del 2025. È questa la scadenza indicata durante la London Conference 2026 di Chatham House, svoltasi il 9 luglio a Londra sul tema di un percorso verso l’ordine in un mondo in trasformazione, aperta da un dibattito sulle sfide per la difesa del Regno Unito, la minaccia russa, la guerra in Ucraina e le tensioni interne all’Alleanza dopo il summit NATO di Ankara della stessa settimana.
Barrons ha sostenuto che il dibattito sul ridimensionamento dell’impegno statunitense in Europa non può più restare astratto. Da qui la necessità, per i paesi europei della NATO, di ristabilire una condizione di quella che ha definito escalation dominance nei confronti della Russia, ovvero una certezza di deterrenza fondata sulla superiorità di potenza. Un obiettivo da raggiungere, ha precisato, con una dipendenza molto ridotta dagli Stati Uniti e nell’arco di quattro anni.
Nello stesso panel è intervenuto l’ex segretario generale della NATO, Lord George Robertson, anch’egli coautore della SDR britannica. Robertson ha definito il summit di Ankara un successo sotto diversi profili, per l’impegno definito ferreo sull’Articolo 5 e sulla sicurezza collettiva: aver ottenuto la firma di tutti i 32 paesi membri, Stati Uniti compresi, è a suo giudizio un risultato di importanza decisiva.
Robertson ha inoltre osservato che gli accordi su armamenti e sostegno all’Ucraina hanno riportato l’attenzione su Kiev e sulla necessità di garantirne la vittoria nel conflitto.
Sulla posizione del Regno Unito all’interno dell’Alleanza, l’ex segretario generale ha riconosciuto i progressi compiuti con la SDR, ma ha rilevato che è stato perso un anno nella fase di elaborazione del Defence Investment Plan, DIP, accolto dagli alleati britannici senza particolare entusiasmo.
Robertson ha poi richiamato la scelta difficile che pesa sulla difesa britannica: il 25 per cento del bilancio della difesa del Regno Unito è assorbito dal deterrente nucleare indipendente, una quota che riduce le risorse disponibili per le capacità convenzionali.
Ciò nonostante, ha aggiunto di poter garantire, in base alla propria esperienza diretta al Cremlino e alla conoscenza personale di Vladimir Putin, che il deterrente nucleare indipendente britannico resta l’unico elemento capace di incidere realmente sulle valutazioni del Cremlino.
Il commento di GrNet.it
Il precedente dottrinale che questa discussione richiama da vicino è quello della flexible response elaborata dalla NATO negli anni Sessanta, quando l’Alleanza dovette calibrare la propria postura su una dipendenza dagli Stati Uniti mai data per scontata, ma comunque assai più solida di quella odierna. La differenza sostanziale è che allora Washington restava il perno indiscusso del sistema, mentre oggi Barrons chiede all’Europa di costruire superiorità di deterrenza riducendo quella dipendenza entro un orizzonte di quattro anni, una tempistica che qualunque pianificatore di difesa italiano riconosce come compressa rispetto ai cicli di acquisizione e addestramento reali. Per l’Italia, priva di deterrente nucleare proprio e storicamente meno propensa a investire quote di bilancio paragonabili a quelle britanniche, il nodo posto da Robertson sul costo opportunità del nucleare indipendente si traduce in una domanda diversa ma collegata: come contribuire a una postura europea credibile senza quello strumento e con margini di bilancio ancora più stretti. Restano da capire, e l’articolo non lo affronta, i tempi e le modalità con cui la pianificazione italiana intende misurarsi con questa scadenza a quattro anni.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 9 luglio 2026




