Coercizione economica americana: tre scenari e tre strategie di risposta per l’UE

Autunno 2026: i dazi di Donald Trump hanno esaurito la loro spinta propulsiva, i deficit commerciali americani restano elevati e la Casa Bianca cerca nuovi strumenti di pressione sull’Europa. È da questa premessa che muove un policy brief pubblicato l’11 giugno 2026 dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), firmato da Agathe Demarais, Tobias Gehrke e José Ignacio Torreblanca, che articola tre scenari di coercizione economica statunitense — valutaria, energetica e digitale — e per ciascuno delinea tre livelli di risposta europea: mitigazione, deterrenza ed escalation.
Nel primo scenario, Washington tenta di replicare l’Accordo del Plaza del 1985 attraverso un cosiddetto «Accordo di Mar-a-Lago», chiedendo ai detentori stranieri di titoli del Tesoro americano di venderne una quota per deprezzare il dollaro. Gli stati membri dell’UE detengono collettivamente circa 2.000 miliardi di dollari in Treasury bond — circa il 65% in più rispetto al Giappone, il maggior detentore singolo. La risposta europea passa prima dall’inerzia istituzionale (nessun organo UE ha mandato per firmare un accordo valutario), poi dalla costruzione di una coalizione silenziosa con Canada, Giappone e Regno Unito che si astiene dall’acquistare nuove emissioni di titoli americani, facendo salire i rendimenti senza innescare una vendita massiccia. Nella fase di escalation, Bruxelles sfrutta la regolamentazione MiCA per imporre che le riserve in Treasury a garanzia degli stablecoin in dollari commercializzati nell’UE siano custodite presso depositari europei come Euroclear o Clearstream.
Il secondo scenario si svolge durante una guerra americana contro l’Iran che ha ridotto il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz al 30% dei livelli pre-conflitto, con il petrolio a 115 dollari al barile. Gli Stati Uniti, che già forniscono oltre il 60% delle importazioni europee di gas naturale liquefatto (GNL), premono sull’UE affinché rispetti l’accordo di Turnberry del 2025 — un impegno da 750 miliardi di dollari in acquisti energetici americani — e adotti la dottrina dell’«Energy Dominance». La risposta europea in fase di deterrenza punta sulle interdipendenze tecnologiche: ASML, Siemens Energy, Ericsson, Nokia e Infineon sono presentate come nodi indispensabili per l’economia dell’intelligenza artificiale americana, trasformando le imprese europee in portavoce involontari degli interessi di Bruxelles presso il Congresso. L’escalation prevede l’attivazione dello strumento anti-coercizione (Anti-Coercion Instrument, ACI) e misure sui flussi di investimento verso infrastrutture energetiche statunitensi.
Il terzo scenario riguarda la pressione americana per smantellare il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA) e abolire le tasse nazionali sui servizi digitali. La fase di mitigazione consiste nel «non reagire visibilmente», guadagnando tempo per attuare la strategia di sovranità tecnologica da 300 miliardi di euro su dieci anni. La deterrenza si basa su una campagna di fughe di notizie calibrate — incluso un documento interno intitolato «When facing US tech coercion: Where is our Strait of Hormuz?» — che trasforma il DMA e il DSA in una minaccia leggibile dai mercati finanziari. L’escalation attiva il «Democracy Shield», i poteri d’emergenza dell’articolo 36 del DSA e misure contro l’interferenza elettorale di piattaforme come X.
Tre lezioni trasversali emergono dall’analisi: agire sui flussi (nuovi acquisti di Treasury, nuovi contratti GNL, nuovi investimenti in big tech) piuttosto che sugli stock esistenti; affidarsi ai mercati finanziari per trasmettere segnali che la diplomazia europea non riesce a veicolare direttamente; costruire infrastrutture regolamentari durature che sopravvivano alla crisi contingente.
Il commento di GrNet.it
Quanto è realistico che l’UE mantenga la coesione interna nelle fasi di escalation descritte, quando Polonia e paesi baltici accettano memorandum bilaterali americani nel giro di 72 ore? Il nodo non è la disponibilità degli strumenti — l’ACI esiste, il MiCA esiste — ma la tenuta politica del fronte europeo sotto pressione selettiva, che Washington ha dimostrato di saper applicare con precisione chirurgica. Dal punto di vista operativo, la logica dei «flussi» è solida: rinunciare a nuove emissioni di Treasury o a nuovi contratti GNL è reversibile e controllabile, mentre vendere stock esistenti innescherebbe dinamiche difficili da gestire. Resta aperta la questione di chi, in Europa, abbia la capacità istituzionale di coordinare una «coalizione silenziosa» in tempo reale, senza che la riservatezza necessaria venga compromessa da ventiquattro capitali con interessi divergenti. L’Italia, esposta sia sul fronte energetico sia su quello digitale, dovrebbe ragionare su quale margine di autonomia le rimane se la frammentazione europea si materializza prima ancora che la coercizione raggiunga la fase di deterrenza.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 11 giugno 2026




