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Trump punta a congelare, non a chiudere, il confronto con l’Iran

Secondo un’analisi di Trita Parsi pubblicata da Responsible Statecraft, l’amministrazione Trump non starebbe cercando un’escalation drammatica contro l’Iran, nonostante il raid statunitense di domenica contro l’isola iraniana di Larak — il primo attacco noto dopo il cessate il fuoco annunciato a luglio — e il varo di nuove sanzioni. L’operazione militare avrebbe colpito lanciatori iraniani per impedire il posizionamento di nuove mine nello Stretto di Hormuz.

Parsi ridimensiona anche l’annuncio del segretario al Tesoro Scott Bessent su sanzioni contro una «importante istituzione finanziaria»: si tratterebbe in realtà della Banque Misr, seconda banca egiziana per dimensioni, rilevante a livello regionale ma marginale rispetto ai colossi della finanza globale. Le misure colpiranno comunque la popolazione iraniana e l’economia del paese, ma secondo l’autore non sono concepite per produrre un danno tale da spingere Teheran a cedere.

La tesi centrale dell’analisi è che Trump stia perseguendo una strategia di «lenta strangolamento»: mantenere un conflitto a bassa intensità fino alle elezioni di midterm, evitando sia un accordo diplomatico sia una guerra su vasta scala, così da tenere l’Iran fuori dai titoli dei giornali e allentare il collegamento tra inflazione, prezzi del carburante e la guerra voluta dal presidente.

Le sanzioni e l’aumento del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz renderebbero lo status quo più costoso per Teheran che per Washington, ma non abbastanza da incentivare una contro-escalation immediata. Parsi delinea tre scenari possibili: un eccesso americano che spinga l’Iran a reagire subito, come potrebbe accadere proprio dopo il raid su Larak; una situazione di stallo in cui Teheran punta sulla diplomazia regionale, coinvolgendo Oman, Pakistan e Qatar, per attribuire pubblicamente a Washington la responsabilità della prosecuzione del conflitto; oppure — lo scenario ritenuto più probabile — un progressivo indebolimento iraniano che porterebbe Teheran a rimandare la propria risposta a due o tre settimane dalle elezioni di novembre, per massimizzare il danno politico a Trump.

L’autore ricorda che l’Iran uscirebbe incoraggiato dal secondo round del conflitto, durato solo 13 giorni contro i 38 del primo, nonostante oltre la metà delle vittime americane si sia verificata proprio in quella fase più breve. Secondo Parsi ciò indicherebbe un indebolimento della protezione delle forze statunitensi, carenze negli intercettori e una capacità di apprendimento iraniana più rapida di quella americana.

L’analisi si chiude con un parallelo storico: dopo la sconfitta elettorale del novembre 2020, Trump avrebbe mostrato una propensione al rischio senza precedenti, arrivando — secondo quanto riportato — a valutare un attacco contro l’Iran che l’allora capo di stato maggiore congiunto, generale Mark Milley, si oppose fermamente a realizzare, avvertendolo che ne sarebbe scaturita una guerra vera e propria. Parsi si chiede se, dopo i midterm, ci sarà nell’entourage di Trump una figura capace di svolgere un ruolo analogo.

Il commento di GrNet.it

Quanto può reggere una strategia costruita sull’ambiguità calcolata, quando entrambe le parti hanno interesse a rinviare lo scontro decisivo ma non a rinunciarvi? Il dato sui tempi del secondo round bellico — 13 giorni contro i 38 del primo, con perdite americane proporzionalmente più alte — meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva nell’analisi, perché segnala un adattamento tattico iraniano che difficilmente si esaurirà con una tregua elettorale. Per la Marina Militare italiana e per gli assetti NATO impegnati nella sorveglianza dello Stretto di Hormuz, un contesto di bassa intensità prolungata pone problemi concreti di pianificazione: il rischio non è tanto l’escalation improvvisa quanto la logorante incertezza su tempi e modalità di una ripresa del conflitto. Vale la pena osservare che il calcolo elettorale attribuito a Teheran — colpire nelle settimane prima del voto — presuppone una razionalità strategica che la storia recente non sempre conferma.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 30 agosto 2026

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