Washington ridisegna la propria presenza militare nel Golfo dopo la guerra con l’Iran

Il ritiro americano dal Medio Oriente è già cominciato? No, ma qualcosa di sostanziale si muove nella postura militare statunitense nella regione, secondo l’analisi pubblicata da Responsible Statecraft. Il think tank ricostruisce come, dopo sei mesi di guerra con l’Iran, il Pentagento stia valutando una riduzione delle forze nel Golfo Persico, con lo spostamento di unità, centri di comando e capacità aeree verso ovest, in direzione di Giordania, Israele e la costa saudita del Mar Rosso.
Alla base della riflessione, riportata dal Washington Post e citata dall’autore Abdelrahim Shalaby, c’è la distruzione causata dagli attacchi missilistici e con drone iraniani contro le basi statunitensi nel Golfo Persico. Il Pentagono considera questo danno una occasione irripetibile per ripensare la propria postura, piuttosto che limitarsi a ricostruire le installazioni colpite, abbandonando le grandi basi fisse a favore di posizioni più piccole e fortificate.
La logica indicata dall’analisi è pratica: spostare le truppe verso Giordania, Israele e la costa occidentale saudita le collocherebbe dietro sistemi di difesa aerea più efficaci, allungando i tempi di allerta in caso di nuovi attacchi iraniani, mantenendo al contempo la capacità di colpire nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb.
L’articolo segnala un punto spesso trascurato: da anni l’Iran chiede una riduzione della presenza militare statunitense nel Golfo come condizione per una de-escalation bilaterale. Qualunque riassetto delle truppe motivato dalla protezione delle forze americane potrebbe quindi trasformarsi, agli occhi di Teheran, in una concessione negoziale senza che Washington debba cederne effettivamente una.
Nessuna decisione definitiva è stata presa: un funzionario del Pentagono ha definito l’analisi militare “prudent planning”, non un ordine di ritiro, e ogni cambiamento sostanziale nella presenza statunitense — stimata attualmente in 40.000-50.000 militari — richiederebbe l’approvazione del presidente Trump e del segretario alla Difesa Pete Hegseth.
Parallelamente, l’amministrazione Trump ha appoggiato iniziative regionali come il Mecca Pact, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, e un’iniziativa marittima a guida saudita per la sicurezza delle rotte commerciali nel Mar Rosso, a cui Washington ha inviato funzionari militari senior. Il filo conduttore, secondo l’autore, è che gli Stati regionali si assumano una quota maggiore della propria sicurezza.
Trump ha chiarito su Truth Social che l’obiettivo primario resta impedire in ogni forma che l’Iran acquisisca un’arma nucleare, obiettivo più limitato rispetto al cambio di regime o all’apertura forzata dello stretto di Hormuz, che richiederebbero una presenza continua e massiccia nel Golfo. L’articolo ricorda però che tentativi analoghi di trasferimento dell’onere della sicurezza agli Stati arabi, dal Consiglio di Cooperazione del Golfo alla Dichiarazione di Damasco del 1991 fino alla fallita Middle East Strategic Alliance del primo mandato Trump, non hanno avuto successo in passato.
Sul fronte israeliano, l’analisi nota che una parte delle forze in uscita dal Golfo potrebbe confluire proprio in Israele, ma segnala anche la crescente preoccupazione, espressa da funzionari israeliani e analisti filo-israeliani statunitensi, per un possibile “asse sunnita” sostenuto dalla potenza militare turca, capace in prospettiva di limitare la libertà d’azione di Tel Aviv.
Il commento di GrNet.it
Il precedente più calzante resta quello evocato dallo stesso articolo: i tentativi falliti di trasferire l’onere della sicurezza agli Stati arabi, dal Consiglio di Cooperazione del Golfo alla Dichiarazione di Damasco del 1991, mostrano quanto sia fragile l’architettura di burden-sharing regionale quando manca una potenza esterna a garantirne la coerenza. La differenza, sottolineata dall’autore, è che oggi Washington sembra realmente intenzionata a ridurre la propria impronta, e questo cambia gli incentivi per Riyadh, Ankara e Islamabad. Per un osservatore con formazione militare, il punto tecnico interessante è lo spostamento da grandi basi fisse a postazioni piccole e fortificate, una scelta dottrinale che risponde a una vulnerabilità reale dimostrata dagli attacchi missilistici iraniani, non a una scelta puramente politica. Resta però aperta, e l’articolo lo lascia intendere solo tra le righe, la domanda su chi controllerà davvero le nuove architetture di sicurezza a guida saudita e turca quando includeranno anche l’Egitto, e quale margine di manovra lasceranno a Israele.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 31 agosto 2026




