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Ceuta, 60mila attraversamenti in 24 ore e l’Europa che non fa fronte comune

Sulla spiaggia di Ceuta, il 31 luglio, la polizia spagnola tenta di contenere un afflusso senza precedenti: circa 60.000 migranti hanno attraversato il confine dal Marocco in appena 24 ore, tra il 30 e il 31 luglio, mettendo sotto pressione l’enclave spagnola e riportando alla luce le fratture interne all’Unione europea. È quanto documenta un’analisi del think tank pan-europeo European Council on Foreign Relations, firmata da Carla Hobbs.

La causa immediata resta incerta: le autorità marocchine non hanno fornito spiegazioni ufficiali. Madrid ha richiamato una recente sentenza della Corte Suprema spagnola che ha posto fine ai respingimenti automatici dei migranti intercettati mentre tentano di raggiungere a nuoto Ceuta e Melilla. Ma la portata degli attraversamenti, secondo l’autrice, suggerisce un possibile allentamento deliberato dei controlli da parte di Rabat, in coincidenza sospetta con la visita del premier spagnolo Pedro Sánchez in Algeria, rivale storico del Marocco, avvenuta dieci giorni prima e culminata nell’annuncio di una «nuova fase» nelle relazioni bilaterali.

La reazione europea viene definita sorprendente. Invece di manifestare solidarietà verso uno Stato membro sotto pressione al confine esterno dell’Unione, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha attribuito la responsabilità alla politica migratoria di Sánchez, chiedendo la sospensione della Spagna dall’area Schengen. Madrid ha reagito convocando l’ambasciatore italiano e denunciando quella che ha definito «demagogia di parte» da parte di Roma.

Le posizioni di altri leader europei non sono state più concilianti. La ministra dell’Interno finlandese Mari Rantanen ha sostenuto la proposta italiana di sospensione, mentre Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo, ha chiesto alla Commissione europea di ritenere Sánchez responsabile della mancata protezione del confine esterno dell’Unione. La Francia ha rafforzato i controlli lungo il confine con la Spagna. L’ECFR rileva come, in tutto questo, il Marocco sia stato raramente oggetto di critiche dirette.

Nel breve periodo il think tank chiede all’Unione europea di trattare la pressione migratoria contro uno Stato membro come un problema collettivo, evitando che l’attribuzione pubblica di colpa al paese colpito riduca il costo politico dell’uso della migrazione come leva negoziale. Bruxelles dovrebbe rendere chiaro che qualsiasi ricatto migratorio comporterà conseguenze europee e non solo bilaterali con Madrid, anche sospendendo i negoziati per un partenariato rafforzato con Rabat: circa due terzi delle esportazioni marocchine sono destinate all’Unione, che è anche la principale fonte di investimenti diretti nel paese.

Sul piano strutturale, l’ECFR osserva che l’assenza di un approccio europeo comune lascia i rapporti con il Nord Africa ostaggio di intese bilaterali, in cui i governi nordafricani mantengono la leva negoziale. Il precedente più citato è la crisi del 2021, quando Rabat permise l’ingresso di circa 6.000 migranti a Ceuta in un solo giorno durante una disputa diplomatica sul Sahara occidentale, episodio che l’anno successivo portò Madrid ad abbandonare la propria neutralità storica sostenendo la proposta marocchina di autonomia per il territorio. Il rapporto segnala inoltre come il Marocco appaia oggi rafforzato dal sostegno di Stati Uniti e Israele, entrambi apertamente critici verso il governo Sánchez: la Casa Bianca ha definito i nuovi attraversamenti una conferma della «filosofia distruttiva» delle politiche «di estrema sinistra e globaliste».

Il commento di GrNet.it

La gestione bilaterale della frontiera è il vero punto debole che l’analisi mette a nudo: per decenni Madrid ha trattato Ceuta come un affare spagnolo-marocchino, e questo ha reso il confine ostaggio di ogni tensione diplomatica tra i due paesi. È una lezione che riguarda anche l’Italia, che a Lampedusa vive una dinamica simile con la Libia e la Tunisia, dove il controllo dei flussi resta appaltato a interlocutori instabili senza una cornice europea vincolante. La reazione di Roma nella crisi di Ceuta, però, mostra un paradosso: chi rivendica sovranità sui propri confini ha negato solidarietà a un alleato nella stessa condizione, invece di riconoscere che la debolezza dei confini esterni è un problema collettivo dell’Unione. Se ogni Stato membro tratta la pressione migratoria sul vicino come un’arma politica interna, la capacità negoziale europea verso i partner nordafricani si riduce ulteriormente, a beneficio di chi la migrazione la usa come leva.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 31 luglio 2026

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