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Washington tende la mano a Hezbollah, il partito sciita non risponde

Un incontro nello Studio Ovale, lo scorso mese: Donald Trump siede accanto al presidente libanese Joseph Aoun e dichiara ai giornalisti di essere disposto a parlare con Hezbollah, «parlo con tutti», aggiunge, «parlo con persone con cui molti pensano che non dovrei parlare, e le cose si sistemano». È da questa dichiarazione, riportata dal Times of Israel, che parte l’analisi di Ali Rizk pubblicata su Responsible Statecraft, secondo cui dietro le parole apparentemente estemporanee del presidente statunitense si nasconde un tentativo concreto e ripetuto di aprire un canale diretto con il movimento sciita libanese.

Il paradosso, evidenzia l’autore, è che l’amministrazione Trump sta al tempo stesso conducendo la campagna più aggressiva di sempre contro Hezbollah: il Dipartimento di Stato sponsorizza i primi negoziati diretti tra Libano e Israele dai tempi della conferenza di Madrid, con il disarmo del movimento come obiettivo centrale; Washington ha sanzionato per la prima volta anche esponenti dell’apparato di sicurezza libanese estranei al partito; Stati Uniti e Israele conducono, secondo quanto riportato dal New York Times, una stretta finanziaria senza precedenti sulle casse del movimento.

Secondo quanto riferito da Middle East Eye, Trump avrebbe chiesto direttamente all’ambasciatore libanese a Washington, lo scorso maggio, di aprire un canale con Hezbollah per salvare un cessate il fuoco fragile con Israele. La presidenza libanese avrebbe respinto la richiesta, temendo che un negoziato parallelo delegittimasse il governo di Aoun. Funzionari libanesi citati dalla stessa testata affermano che anche amministrazioni precedenti avevano tentato senza successo aperture analoghe.

Un’altra iniziativa, riportata dal quotidiano libanese Aljoumhouria, vede l’Iraq offrirsi come mediatore per un negoziato diretto tra Washington e Hezbollah, proposta avanzata poco prima della visita a Washington del primo ministro iracheno Ali al-Zaidi e respinta dal movimento sciita.

Una fonte interna a Hezbollah, citata da Rizk, conferma i tentativi americani ma smentisce che siano partiti su richiesta del movimento. Gli stessi ambienti scelgono però l’ambiguità pubblica: «la nostra politica è non rivelare come intendiamo affrontare la questione», dichiara un funzionario politico del partito. Per Muhanad Hage Ali, vicedirettore per la ricerca al Carnegie Middle East Center di Beirut, questa ambiguità serve a evitare di riconoscere pubblicamente un dialogo con quello che Iran e alleati definiscono il «Grande Satana», pur lasciando aperta la porta a un negoziato futuro.

Hage Ali osserva inoltre che un canale diretto Washington-Hezbollah indebolirebbe il negoziato parallelo tra il governo libanese e Israele, un esito che favorirebbe il movimento, e potrebbe essere usato per legare qualsiasi concessione sulle armi a una riforma del sistema costituzionale libanese a vantaggio della comunità sciita. Resta però improbabile, sottolinea l’autore, che Hezbollah rinunci al proprio arsenale senza un ritiro israeliano dal territorio libanese, mentre Netanyahu avrebbe detto al proprio governo di non voler cedere alle pressioni americane in tal senso, come mostra anche la pubblicazione, poi ritirata, di una mappa israeliana che incorporava porzioni del sud del Libano. Sullo sfondo resta l’Iran, il cui leader supremo Ayatollah Mojtaba Khamenei ha definito il sostegno a Hezbollah un «mandato strategico», condizionando ogni intesa con gli Stati Uniti al rispetto dell’integrità territoriale libanese: un fattore che, secondo una fonte del movimento citata nell’articolo, spinge Hezbollah a preferire i negoziati Iran-USA di Islamabad rispetto a un canale bilaterale più rischioso con Washington.

Il commento di GrNet.it

L’analisi si concentra sul canale diretto Washington-Hezbollah ma lascia sullo sfondo un nodo che pesa quanto le trattative: la tenuta stessa del cessate il fuoco lungo la Blue Line, dato per acquisito ma smentito ogni settimana da incidenti locali. Per un osservatore con esperienza di teatri multipolari, la vera variabile operativa non è la disponibilità di Hezbollah a parlare, ma la capacità di UNIFIL e delle Forze Armate Libanesi di garantire un minimo di stabilità sul terreno mentre le diplomazie si muovono su tavoli paralleli e non coordinati. Per l’Italia, che contribuisce alla missione con un contingente consistente, questa frammentazione negoziale — Beirut-Israele, Washington-Hezbollah, Washington-Teheran a Islamabad — significa dover leggere tre partite contemporaneamente per anticipare i rischi sul campo. La storia recente del Libano insegna che accordi paralleli senza garanzie reciproche tendono a produrre non stabilità ma nuovi spazi di ambiguità armata, esattamente il terreno in cui Hezbollah, per ammissione degli stessi analisti citati, trova convenienza a muoversi.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 13 agosto 2026

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