Hormuz, Chatham House chiede un protocollo tecnico, non un nuovo accordo vago

Sono 85 gli incidenti marittimi e 24 le vittime tra i marittimi registrati nel Golfo dall’inizio del confronto tra Stati Uniti e Iran, secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, il think tank britannico di politica estera. Il dato fotografa la gravità di una crisi che, sostiene lo studio, non potrà essere risolta con un ennesimo memorandum d’intesa generico, ma richiede un processo tecnicamente preciso, reciproco e verificabile, incentrato sul ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il contesto resta instabile: all’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’Iran ha proposto di riaprire lo Stretto e riprendere i negoziati nucleari a determinate condizioni, ma la proposta sarebbe stata respinta dal presidente Donald Trump, che secondo alcune indiscrezioni starebbe valutando nuovi attacchi contro Teheran. Nel frattempo il conflitto si è esteso al Mar Rosso, dove gli attacchi degli Houthi sostenuti dall’Iran hanno colpito ulteriori naviglio commerciale.
Teheran ha imposto la propria «chiusura» dello Stretto obbligando le navi a transitare in acque iraniane, applicando pedaggi e colpendo i mercantili ritenuti in violazione. Washington ha risposto con un blocco su tutte le navi collegate all’Iran: al 28 settembre le forze statunitensi avevano deviato 122 navi commerciali, disabilitandone tre e ispezionandone due, oltre ad aver creato una rotta alternativa lungo il lato meridionale dello Stretto.
I dati sul traffico marittimo mostrano il crollo dei transiti: appena 16 navi hanno attraversato lo Stretto lunedì, contro una media di circa 138 al giorno prima della guerra. Il traffico residuo sulla rotta settentrionale, quella iraniana, è dominato da naviglio riconducibile a Iran, Russia e Cina, che acquista oltre il 90 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane; la maggior parte dei transiti assistiti dagli Stati Uniti sulla rotta meridionale riguarda invece navi battenti bandiera degli Emirati Arabi Uniti.
Ad agosto Iran e Oman avevano avviato un’intesa per la gestione congiunta del traffico marittimo, con un corridoio navigabile temporaneo e un progetto comune di bonifica dalle mine. L’incontro previsto a Muscat tra Oman, Iran e Consiglio di Cooperazione del Golfo per finalizzare l’accordo è stato però rinviato a settembre per la pressione statunitense e per l’escalation nel Mar Rosso.
Secondo il rapporto, il memorandum d’intesa concluso a giugno è fallito proprio per la mancanza di dettagli tecnici: non definiva quali navi potessero transitare, su quali rotte, né chi dovesse fornire le informazioni di navigazione, e il cessate il fuoco non ha retto entro i 60 giorni previsti. Un accordo duraturo dovrebbe invece specificare rotte, protocolli di comunicazione, regole di ispezione e requisiti di notifica, distinguendo nettamente attività commerciale e militare.
Chatham House suggerisce un processo graduale sul modello, seppur meno complesso, dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015, con gruppi tecnici di lavoro che alimentino il negoziato politico. Tra le misure concrete: bonifica dalle mine sotto protocollo condiviso, meccanismi comuni di segnalazione degli incidenti, corsie di navigazione temporanee e verifica da parte di organizzazioni marittime indipendenti. Un ruolo di monitoraggio multilaterale potrebbe coinvolgere Oman e altri Stati del Golfo, autorità marittime internazionali ed esperti tecnici neutrali, mentre Regno Unito e Francia hanno già organizzato una coalizione multinazionale per la protezione della navigazione. Le elezioni imminenti negli Stati Uniti e in Israele, oltre alla questione dei pedaggi imposti da Teheran, restano tuttavia ostacoli politici concreti.
Il commento di GrNet.it
Sono 16 le navi transitate lunedì per lo Stretto di Hormuz, contro le 138 quotidiane precedenti al conflitto: un crollo che pesa anche sull’Italia, esposta come gli altri paesi mediterranei alle rotte energetiche del Golfo. L’analisi di Chatham House insiste giustamente sulla necessità di un protocollo tecnico dettagliato, ma lascia sullo sfondo il costo economico immediato per chi dipende da quei flussi. La sequenza proposta – de-escalation reciproca, verifica indipendente, corsie temporanee prima del riconoscimento definitivo – ricorda i protocolli di de-conflitto adottati in altri teatri navali contesi, dove la fiducia si costruisce per gradi e non per proclami. Per la Marina Militare, già impegnata in missioni di sorveglianza marittima nell’area, un accordo di questo tipo implicherebbe verosimilmente un contributo tecnico e di monitoraggio più che di deterrenza pura. Resta da vedere se Roma troverà spazio nei meccanismi multilaterali evocati dal rapporto, accanto a Oman, Qatar e Pakistan.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 30 settembre 2026




