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Yemen, il collasso della strategia saudita anti-Houthi

«Non prendono ordini da nessuno»: così il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha respinto la definizione degli Houthi come agenti di Teheran fornita dal segretario di Stato americano Marco Rubio. È da questa contraddizione, difficile da conciliare con le prove disponibili, che parte l’analisi di Elfadil Ibrahim pubblicata da Responsible Statecraft, secondo cui la strategia saudita in Yemen, costruita per un decennio sull’idea che tempo, denaro e forza coercitiva avrebbero piegato gli Houthi, ha subito nelle ultime due settimane il test più severo dal 2015.

Dopo aver conquistato ampie porzioni della costa occidentale yemenita sul Mar Rosso, gli Houthi premono ora su Marib, l’ultimo grande baluardo delle forze fedeli al governo internazionalmente riconosciuto e sede di impianti petroliferi e di gas strategici. La perdita di Marib priverebbe il governo del suo ultimo centro demografico e di gettito fiscale nel nord, aprendo la strada verso le province orientali di Shabwa e Hadhramawt, ricche di idrocarburi e da tempo nel mirino del movimento.

Le forze governative non sono del tutto passive: hanno riconquistato posizioni a nordovest di Marib, respinto due assalti Houthi la settimana scorsa e avanzato nella Taiz occidentale. Ma l’analisi individua un problema strutturale nella coalizione anti-Houthi: la ricostruzione della battaglia di Mokha, curata dall’analista yemenita Ibrahim Jalal, descrive un falso ordine di ritiro diffuso via radio e SMS con una voce clonata tramite intelligenza artificiale, che ha travolto una forza priva di una sala operativa comune capace di collegare le cinque formazioni schierate sulla costa.

Il ministro della Difesa yemenita, Taher al-Aqili, aveva già ammesso che il processo di «unificazione» militare avviato dopo il ritiro degli Emirati Arabi Uniti l’anno scorso ha prodotto un sistema comune di paghe e identificazione biometrica, ma non una struttura di comando e addestramento condivisa in grado di far combattere come un corpo unico le diverse fazioni sotto l’ombrello governativo.

A complicare il quadro saudita si aggiungono i problemi a nord: il ministero degli Esteri di Riyadh ha confermato che i droni che hanno colpito l’oleodotto East-West, arteria che trasporta fino al quattro per cento della fornitura petrolifera globale verso il Mar Rosso, sono partiti dall’Iraq. La tempistica, coincidente con il collasso costiero e nuovi attacchi Houthi contro la base aerea di Khamis Mushait, suggerisce un coordinamento tra i gruppi filo-iraniani della regione.

Il sostegno esterno a Riyadh appare limitato: circa 200 militari statunitensi operano in Arabia Saudita in un comando congiunto di recente costituzione, ma forniscono solo supporto di intelligence e targeting, non capacità di combattimento. Interpellato sull’ipotesi di un intervento diretto contro gli Houthi, il presidente Donald Trump ha di fatto escluso l’opzione. Il patto di difesa della Mecca, firmato ad agosto con Turchia e Pakistan, non ha ancora prodotto alcun impegno militare: un funzionario turco ha indicato che l’alleanza necessita di alcuni anni per diventare operativa.

Gli Houthi hanno reso pubbliche le proprie condizioni negoziali: oltre 57 miliardi di dollari di compensazione per le perdite del settore petrolifero attribuite alla guerra guidata dai sauditi, la fine del blocco di porti e aeroporti e una quota dei ricavi da idrocarburi yemeniti, le stesse risorse che il movimento sta ora cercando di conquistare con la forza. Nessuna campagna militare, nemmeno l’operazione statunitense Rough Rider costata un miliardo di dollari in due mesi, ha indebolito militarmente gli Houthi, secondo l’analisi.

Il commento di GrNet.it

Cinque formazioni schierate sulla costa yemenita senza una sala operativa comune, travolte da un ordine di ritiro falso diffuso con voce clonata dall’intelligenza artificiale: è un dettaglio tecnico che dice più di mille dichiarazioni politiche sullo stato reale della coalizione anti-Houthi. Un esercito unificato sulla carta, con paghe e identificazione biometrica comuni ma senza addestramento e comando integrati, resta una somma di reparti, non una forza. Per l’Italia, che nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden ha interessi di sicurezza marittima e presenza navale, la lezione riguarda meno la geopolitica del Golfo e più la sostanza dell’interoperabilità: un patto di difesa firmato, come quello della Mecca tra Riyadh, Ankara e Islamabad, non produce capacità operativa in tempi brevi. Vale la pena osservare se le prossime settimane, con Marib in bilico, confermeranno che la pressione militare da sola, per quanto prolungata e costosa, non sposta l’equilibrio quando manca l’architettura di comando sottostante.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 17 settembre 2026

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