Il carburante che manca svela il costo nascosto della guerra di Putin

«Non critica»: così Vladimir Putin ha definito il 28 giugno 2026 la carenza di carburante che affligge la Russia, riconoscendo per la prima volta pubblicamente i «problemi» e la «certa penuria» causati dagli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche. È l’ammissione al centro dell’analisi di Petras Katinas e Natia Seskuria pubblicata da RUSI, secondo cui la campagna di attacchi in profondità di Kyiv sta trasformando la guerra da conflitto lontano in un onere economico quotidiano per la popolazione russa.
Gli autori ricordano come per anni il Cremlino sia riuscito a mantenere il conflitto a distanza dalla vita ordinaria dei cittadini. Gli attacchi sostenuti contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche, inclusa la Crimea presentata da Mosca come vetrina di sviluppo e turismo, stanno rompendo questo schermo, mostrando ai russi che il costo della guerra continua a salire.
I dati citati nell’analisi documentano l’estensione del fenomeno: oltre due terzi dei soggetti federali russi hanno introdotto restrizioni pubbliche o private sulla vendita di benzina e gasolio, mentre i prezzi al dettaglio del carburante sono aumentati del 3% nell’ultima settimana. Dalla fine di maggio, l’intensificazione degli attacchi ucraini ha ridotto la produzione di benzina di circa un quarto, spingendo i prezzi del jet fuel negli aeroporti russi in rialzo del 17% da inizio giugno. Il Cremlino ha prorogato il divieto di esportazione del jet fuel fino a fine novembre e valuta un divieto analogo sul diesel, mentre negozia l’importazione di circa 50.000 tonnellate di benzina dal Kazakhstan.
Secondo gli autori, la conseguenza più rilevante di queste misure è di natura fiscale piuttosto che logistica. Citando l’Agenzia internazionale per l’energia (International Energy Agency, IEA), il rapporto ricorda che la Russia ha esportato 0,72 milioni di barili al giorno di gasolio a maggio 2026, per un valore stimato di 2,9 miliardi di dollari, pari a circa il 14% dei ricavi totali da export petrolifero del mese. Un divieto sul diesel approfondirebbe questo compromesso tra entrate da esportazione e stabilità dell’approvvigionamento interno. I pagamenti del meccanismo di sussidio ai raffinatori, il cosiddetto «damper», sono saliti da circa 220 milioni di dollari nel primo trimestre del 2026 a oltre 2,5 miliardi di dollari nel solo mese di maggio, secondo dati del Ministero delle Finanze russo. Recenti modifiche fiscali che consentono compensazioni per la benzina importata suggerirebbero, secondo gli autori, che il Cremlino si prepara a interventi ancora più estesi.
Il rapporto individua due scenari residui per Putin: un negoziato con minori pretese massimaliste, di cui però non vi sarebbe alcun segnale concreto, oppure un’escalation che richiederebbe una mobilitazione di massa profondamente impopolare. Gli autori richiamano il precedente della mobilitazione parziale annunciata nel settembre 2022, quando centinaia di migliaia di russi in età militare lasciarono il paese in pochi giorni. Una nuova mobilitazione, sostengono Katinas e Seskuria, rischierebbe di ripetere quell’esodo e di aggravare la carenza di manodopera, sebbene una dichiarazione di guerra formale potrebbe anche ridurre l’onere fiscale dei risarcimenti per caduti e feriti.
Il commento di GrNet.it
Una raffineria colpita, un serbatoio razionato, una fila di automobilisti davanti a un distributore: sono immagini che la propaganda di Mosca non può più tenere fuori dallo schermo domestico. L’analisi RUSI mostra bene come la pressione economica da sola raramente cambi la politica russa, ma restringa lo spazio di manovra del Cremlino, ed è proprio questa erosione lenta, più che un collasso improvviso, il dato che meriterebbe attenzione nei circoli di pianificazione occidentali. Per l’Italia, che dipende in parte dagli equilibri energetici mediterranei e non è mai stata protagonista diretta delle forniture di sistemi da attacco in profondità a Kyiv, il caso conferma quanto la deterrenza economica possa integrarsi con quella militare in modo più efficace di sanzioni generiche. Resta però aperta la domanda su quale soglia di danno interno possa davvero spingere Mosca a rivedere le proprie richieste massimaliste, e su questo l’analisi stessa ammette di non avere una risposta definitiva.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 16 luglio 2026



