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Il memorandum Usa-Iran lascia aperte tutte le domande della guerra

«Non fare mai una domanda di cui non conosci già la risposta»: è la massima che ogni avvocato impara agli esordi della carriera, ricorda Chatham House nella sua analisi sull’Operazione Epic Fury, l’intervento militare lanciato dal presidente statunitense Donald Trump contro l’Iran. Secondo il think tank britannico, Trump ha violato questo principio elementare, avviando un’operazione senza considerare i rischi prevedibili.

Il 28 febbraio 2026 il presidente si sarebbe chiesto se il regime iraniano potesse essere costretto a conformarsi alle richieste statunitensi tramite una forza militare schiacciante. Sperava, ma non sapeva, che la risposta fosse affermativa: che Stati Uniti e Israele potessero condurre un’operazione rapida di quattro-sei settimane, con obiettivi che includevano la distruzione dell’industria missilistica e navale iraniana, la neutralizzazione della rete di proxy regionali di Teheran e la garanzia che l’Iran non ottenesse un’arma nucleare. Dietro l’operazione, osserva Chatham House, c’era anche un’ambizione ideologica di cambio di regime, nella convinzione che l’attacco avrebbe innescato il collasso della Repubblica islamica.

Avviando la guerra, Trump ha posto un’altra domanda di cui non conosceva la risposta, rivolta direttamente ai cittadini iraniani: sarebbero stati capaci di cogliere l’occasione per rovesciare il regime? Ma l’esito del conflitto, sottolinea l’analisi, non è mai stato nelle mani della popolazione civile. Colpita da decapitazioni e perdite tra i vertici, la leadership iraniana si è ricostituita adottando un approccio che il rapporto definisce “nulla da perdere”, esportando il conflitto nella regione con missili balistici e drone e chiudendo di fatto lo Stretto di Hormuz. Questa escalation orizzontale ha ristabilito la leva negoziale di Teheran: per Trump, un successo tattico che si è tradotto in un fallimento strategico.

Il memorandum d’intesa raggiunto tra le parti estende il cessate il fuoco di aprile per 60 giorni e prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, offrendo una cornice per ulteriori negoziati. Ma, avverte Chatham House, un anno di trattative ha dimostrato che Washington e Teheran raramente condividono la stessa lettura degli eventi, e l’accordo si fonda su un’intesa comune molto limitata, già oggetto di scetticismo sia nell’intelligence statunitense sia in Israele.

Restano aperte questioni cruciali: la destinazione delle scorte di uranio arricchito iraniano, il futuro del programma nucleare, l’alleggerimento delle sanzioni e degli asset congelati, la disponibilità di Teheran a interrompere il sostegno ai proxy regionali, le prospettive di pace nel teatro Israele-Hezbollah. Con una fiducia reciproca così debole, restano possibili scenari diversi: un fallimento dei negoziati durante la proroga, un’ulteriore estensione del cessate il fuoco, oppure un accordo raggiunto a condizioni compromesse.

Per Trump, secondo l’analisi, l’annuncio arriva come un sollievo in un momento politicamente opportuno, con il 250° anniversario degli Stati Uniti e le elezioni di metà mandato di novembre in arrivo. Il sostegno interno all’operazione, che aveva toccato un massimo del 40% circa, si è progressivamente eroso, mentre i sondaggi indicano che l’elettorato resta più preoccupato per l’economia che per il Medio Oriente. Nelle prossime settimane, prevede Chatham House, gli osservatori confronteranno il memorandum con l’accordo sul nucleare iraniano dell’era Obama, il JCPOA, che Trump ha più volte definito la transazione peggiore mai firmata dagli Stati Uniti: un paragone che, per ora, resta impossibile da verificare.

Il commento di GrNet.it

La sequenza ricorda le operazioni a obiettivi dichiarati e non misurabili studiate nei corsi di pianificazione strategica: si entra con un obiettivo politico ambizioso — il cambio di regime — e si esce con un obiettivo tecnico ridimensionato, la riapertura di uno stretto. È lo schema classico dell’escalation orizzontale come contromisura del più debole, già visto in altri teatri, quando l’attore sanzionato sposta il conflitto su terreni dove l’avversario è più vulnerabile, in questo caso i mercati energetici globali. Per la Marina Militare italiana e per chi segue la sicurezza del traffico mercantile, la vicenda dello Stretto di Hormuz conferma quanto la libertà di navigazione resti un indicatore immediato di crisi anche quando i combattimenti si allontanano dai riflettori. Resta da capire se il memorandum sia un reale passo negoziale o solo una tregua tattica utile a entrambe le parti per guadagnare tempo politico interno.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 17 giugno 2026

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