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Gli europei vogliono difendersi da soli, ma non rompere con Washington

«La casa è indifesa, ma la famiglia tornerà»: è con questa immagine che Jana Kobzová e Paweł Zerka dell’European Council on Foreign Relations (ECFR) sintetizzano lo stato d’animo dei cittadini europei nel maggio 2026. Il sondaggio, condotto da Mandate Research e YouGov su 19.481 intervistati in Austria, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito, restituisce un quadro di realismo diffuso: gli europei accettano la necessità di fare di più per la propria sicurezza, ma non si aspettano una rottura definitiva con gli Stati Uniti.

Il dato più netto riguarda la fiducia verso Washington. Solo l’11% degli intervistati considera oggi gli Stati Uniti un alleato, contro il 16% di sei mesi prima e il 22% del novembre 2024. Il 25% li vede ormai come rivale o avversario. La metà del campione li colloca nella categoria intermedia del «partner necessario». Tra i partiti europei, solo gli elettori di Diritto e Giustizia (PiS) in Polonia e di Reform UK continuano a considerare l’America principalmente un alleato.

Nonostante questa sfiducia, la maggioranza degli intervistati ritiene che le relazioni transatlantiche miglioranno dopo la presidenza Trump. Il 68% degli elettori del Partito Socialista spagnolo (PSOE), pur sostenendo la linea più dura di Pedro Sánchez verso Washington, condivide questa aspettativa. L’idea di sostituire la NATO con un’organizzazione di difesa esclusivamente europea raccoglie solo il 29% dei consensi, con un’opposizione quasi equivalente al 28%.

Sul fronte della difesa, la direzione è verso una maggiore autonomia. La maggioranza degli europei sostiene aumenti della spesa militare, un deterrente nucleare europeo indipendente e un approccio «buy European» negli appalti della difesa. Gli italiani si distinguono come i più restii tra i cittadini dei grandi paesi europei, in particolare sull’aumento delle spese. Solo in Polonia la maggioranza degli elettori considera opportuno acquistare più armamenti americani. Tra novembre 2025 e maggio 2026, il sostegno all’aumento della spesa per la difesa è cresciuto nella maggior parte dei paesi, con il caso più marcato in Spagna. Anche l’apertura verso un deterrente nucleare europeo si è allargata: danesi e italiani mostrano maggiore disponibilità rispetto al passato, mentre i britannici sono ora divisi in modo quasi paritario sulla condivisione del proprio arsenale.

Sul fronte ucraino, il sostegno di principio resta solido: in quasi tutti i paesi la maggioranza vede Kiev come alleato o partner strategico, con una percezione più favorevole rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia questo non si traduce in disponibilità militare diretta. Le maggioranze in Germania, Francia e Polonia si oppongono all’invio di truppe per operazioni di mantenimento della pace dopo un eventuale cessate il fuoco. L’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea «nel contesto attuale» non raccoglie consenso maggioritario in nessun paese, con opposizione forte in Austria, Bulgaria e Ungheria. I partiti populisti di destra stanno nel frattempo radicalizzando posizioni apertamente anti-ucraine, un elemento che il rapporto segnala come potenzialmente destabilizzante in vista delle elezioni previste in diversi paesi europei nel 2027.

Sul versante energetico, nonostante l’aumento dei prezzi legato alla guerra in Iran, le maggioranze in quasi tutti i paesi si oppongono alla ripresa delle importazioni di combustibili fossili dalla Russia. Solo in Bulgaria, Ungheria e Italia il ritorno alle forniture russe raccoglie un sostegno significativo. La preferenza va invece all’energia rinnovabile prodotta in Europa, con consensi trasversali che includono gran parte degli elettorati di destra radicale, con le eccezioni di AfD e Reform UK.

Il dato italiano merita attenzione specifica: gli italiani risultano tra i più riluttanti ad aumentare la spesa per la difesa e figurano tra i pochi paesi dove il ritorno alle forniture energetiche russe raccoglie un sostegno non trascurabile. Per un osservatore con esperienza nelle strutture NATO, questo segnala una distanza tra la postura ufficiale del governo e la percezione diffusa nella società civile, una distanza che tende ad ampliarsi nei momenti di pressione economica. La resistenza all’invio di truppe in Ucraina, maggioritaria in Germania, Francia e Polonia, suggerisce che qualsiasi missione di peacekeeping post-conflitto richiederebbe un mandato politico costruito con cura e probabilmente su base volontaria tra i paesi più disponibili, non come impegno collettivo automatico. Vale infine la pena separare ciò che il sondaggio documenta — orientamenti dichiarati in un momento specifico — da ciò che effettivamente accadrebbe sotto pressione operativa o in una campagna elettorale: l’opinione pubblica su temi di sicurezza è storicamente più volatile di quanto le rilevazioni statiche suggeriscano.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 9 giugno 2026

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