Il dilemma saudita: lo Yemen può ridefinire la guerra all’Iran

«La prossima fase della guerra tra Stati Uniti e Iran potrebbe decidersi non nel Golfo ma nello Yemen»: è la tesi con cui Cinzia Bianco apre la sua analisi per l’European Council on Foreign Relations (ECFR). La decisione degli Houthi di bloccare l’Arabia Saudita nel Mar Rosso, colpendo due navi saudite e infrastrutture petrolifere di Aramco, viene descritta come un possibile momento di svolta nel conflitto avviato a febbraio tra Washington e Teheran.
Da quando è iniziata la guerra, Riyadh ha mantenuto canali aperti con l’Iran e ha spinto Washington verso la de-escalation, un approccio dettato dal timore di essere trascinata in un conflitto prolungato. La moderazione ha avuto anche un effetto pratico: ha in parte convinto Teheran a risparmiare al regno le ritorsioni riservate agli Emirati Arabi Uniti, il cui sostegno alla campagna americana è stato esplicito, e ha permesso di preservare una tregua fragile con gli Houthi.
Questa strategia ha inoltre consentito all’Arabia Saudita di continuare a esportare petrolio nonostante la chiusura dello stretto di Hormuz, grazie all’oleodotto East-West che collega la Provincia Orientale a Yanbu, sul Mar Rosso, garantendo l’accesso ai mercati asiatici che assorbono fino al 70% del greggio saudita. Un equilibrio ora sotto pressione: dopo un attacco delle forze sostenute da Riyadh contro la pista dell’aeroporto di Sana’a, per impedire atterraggi di velivoli iraniani, gli Houthi hanno risposto con missili balistici e droni contro il sud dell’Arabia Saudita, ponendo fine a una tregua di quattro anni.
Secondo il rapporto, l’escalation riflette un cambio di strategia iraniano: Teheran avrebbe chiesto agli Houthi di prepararsi a chiudere Bab al-Mandab e ha minacciato direttamente l’oleodotto East-West, proclamando una dottrina di ritorsione contro le infrastrutture del Golfo che ospitano operazioni americane. L’obiettivo, secondo l’autrice, è alzare il costo globale della campagna statunitense, pur sopravvalutando la capacità saudita di spingere Washington verso la de-escalation.
Riyadh si troverebbe ora davanti a un bivio. Se gli Houthi non riusciranno a colpire in modo significativo Yanbu e l’oleodotto, l’Arabia Saudita potrebbe cercare un nuovo accordo di esclusione con il gruppo e con l’Iran, scambiando l’immunità delle proprie infrastrutture con restrizioni al supporto logistico e di intelligence fornito agli Stati Uniti. Se invece gli attacchi proseguissero, Riyadh potrebbe concludere che la diplomazia è diventata uno strumento della propria stessa strangolazione, e avvicinarsi alla campagna americana riaprendo al contempo il conflitto contro gli Houthi, questa volta in coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, che già da tempo giudicano fallimentare l’approccio accomodante saudita.
Il rapporto avverte che una simile escalation costituirebbe un azzardo per tutte le parti, con l’Iran che dimostra già di poter mantenere chiuso Hormuz nonostante gli attacchi americani grazie a sistemi missilistici e droni dispersi sul territorio. Per l’Europa, una chiusura prolungata di Bab al-Mandab comporterebbe la disgregazione della rotta di Suez, costi energetici più alti e pressioni ulteriori sull’economia continentale: da qui la proposta di ampliare il mandato dell’operazione Aspides al dragaggio di mine e di rafforzare la mediazione tramite Pakistan, Qatar e Oman.
Il commento di GrNet.it
Quattro anni di tregua nello Yemen sono bastati a un solo attacco alla pista di Sana’a per essere spazzati via: la fragilità degli accordi informali nella regione, mai formalizzati in un quadro di sicurezza condiviso, resta il vero limite operativo di ogni strategia di contenimento. Per Riyadh il nodo non è ideologico ma logistico: la capacità reale di difendere Yanbu e l’oleodotto East-West determinerà se la moderazione resterà sostenibile o se si trasformerà, come teme l’analisi, in una forma di autolimitazione a proprio danno. Per la Marina italiana, impegnata con assetti nazionali nel quadrante e nell’operazione europea nel Mar Rosso, un’eventuale estensione del mandato al dragaggio di mine cambierebbe sensibilmente il profilo di rischio e le regole d’ingaggio, richiedendo capacità specialistiche non scontate nella composizione attuale della missione. Resta da capire quanto la diplomazia mediterranea ed europea abbia margini reali di influenza su una crisi che si gioca soprattutto tra Riyadh, Abu Dhabi e Teheran.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 28 luglio 2026




