Trump a Pechino: perché l’Europa non deve aspettarsi chiarezza

Secondo un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), i responsabili politici europei sperano che il vertice tra il presidente Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping, previsto per il 14 e 15 maggio 2026, fornisca indicazioni chiare sulla traiettoria della competizione sino-americana. I temi in agenda includono commercio bilaterale, Taiwan, la guerra in Iran e la sicurezza dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, l’ECFR avverte che l’amministrazione Trump non offrirà agli europei la chiarezza che cercano.
Prima dell’insediamento di Trump nel gennaio 2025, la maggior parte dei responsabili politici europei aveva scommesso su un irrigidimento ancora maggiore della linea americana verso la Cina. La presenza di falchi anti-cinesi nell’amministrazione, il consenso bipartisan al Congresso e la storia della prima presidenza Trump suggerivano un’intensificazione della competizione strategica. Tuttavia, dopo i primi scontri commerciali del 2025, le preoccupazioni europee si sono invertite: il presidente potrebbe raggiungere un grande accordo con Pechino a spese degli alleati asiatici ed europei, indebolendo gli impegni sulla sicurezza di Taiwan o scambiando controlli tecnologici sensibili con acquisti di prodotti agricoli americani.
L’ECFR sostiene che il vertice suggerisce un esito diverso da entrambi gli scenari estremi. La fallita guerra commerciale dell’amministrazione Trump—caratterizzata da tariffe elevate successivamente ridotte dopo le restrizioni cinesi alle esportazioni di terre rare—ha convinto Washington che Pechino possiede il vantaggio nell’escalation. Mentre alcuni settori dell’amministrazione continuano a inasprire le restrizioni su entità cinesi, altre misure di sicurezza economica, come la regola degli affiliati del Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio, sono state congelate.
Contemporaneamente, gli scettici sulla Cina all’interno dell’amministrazione non hanno rinunciato. I tentativi di Trump di aprire le esportazioni tecnologiche americane e gli investimenti cinesi hanno incontrato profonda resistenza. Pechino sa che può concordare solo accordi limitati con Washington, dato il persistente consenso anti-cinese nel sistema americano. Il risultato è una «détente cauta» che conviene a entrambi: i responsabili politici cinesi credono che la loro strategia di autosufficienza rafforzerà la posizione della Cina per resistere a future pressioni americane; i responsabili politici americani sono convinti che i progressi nella riduzione delle dipendenze dalle terre rare cinesi li renderanno meno vulnerabili ai controlli sulle esportazioni di Pechino.
L’ECFR consiglia ai responsabili politici europei di non cadere nella «deal FOMO»—la paura di perdere opportunità—e di non riporre eccessive speranze in una cooperazione sino-americana affidabile. L’Unione europea non dovrà adeguarsi a nessun grande accordo dopo la visita di Trump. Impegni cinesi su soia e Boeing non cambieranno il quadro europeo.
Allo stesso tempo, l’amministrazione Trump non rappresenta un ancoraggio affidabile per gli sforzi europei di costruire catene di approvvigionamento alternative «senza Cina». Sebbene la tregua commerciale sino-americana sembra destinata a durare, volatilità e conflitti interni sulla politica americana continueranno, così come lo scetticismo di Trump sulla cooperazione con gli alleati. Mentre esistono aree limitate di coordinamento UE-USA, come le materie prime critiche, la maggior parte degli sforzi europei dovrà passare attraverso il resto del G7 e un cluster di partner asiatici.
L’attenzione dell’Europa deve rimanere invariata: garantire che i massicci livelli di esportazione cinese non deindustrializzino l’Europa, che le dipendenze europee dalla Cina non la sottopongano a coercizione e shock debilitanti, e che deindustrializzazione e dipendenza non diventino un ciclo auto-perpetuante. I dati commerciali più recenti e il più grande deficit commerciale bilaterale mai registrato suggeriscono che lo «shock cinese» per l’UE sta peggiorando. Il governo francese ha recentemente avvertito che la competizione sostenuta dallo stato cinese minaccia ora due terzi della produzione domestica tedesca, con la prospettiva che «interi segmenti dell’industria europea potrebbero crollare entro pochi anni».
L’analisi dell’ECFR coglie un punto tattico rilevante: la volatilità della politica americana verso la Cina non consente all’Europa di costruire strategie affidabili su promesse di coordinamento transatlantico. Per l’Italia e la NATO, questo significa che la difesa degli interessi europei nel commercio e nella tecnologia non può dipendere da Washington, ma deve poggiare su autonomia decisionale e coalizioni europee coese. Il «China shock» descritto nel rapporto—con il deficit commerciale UE-Cina ai massimi storici—rappresenta una minaccia strutturale all’industria europea che richiede risposte europee, non americane.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 13 maggio 2026



