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A 25 anni dall’11 settembre, il prossimo shock globale sarà nucleare

Sono le prime ore del 10 maggio 2025 e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif sta dormendo mentre undici missili da crociera indiani colpiscono basi aeree del suo paese, tra cui Sargodha. Un alto ufficiale pakistano in pensione ha raccontato all’autore che Islamabad ha avuto appena 25 secondi per valutare le implicazioni dell’attacco, secondo un commento pubblicato da RUSI, il think tank di difesa britannico, a firma di Tim Willasey-Wilsey.

L’analisi prende le distanze dal quadro dominante in vista del venticinquesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre. Molti media si concentreranno sull’Afghanistan e sulla minaccia residua rappresentata da ISIS-K, la provincia del Khorasan dello Stato Islamico, e dai resti di Al Qaida, secondo quanto riportato da un rapporto delle Nazioni Unite. Willasey-Wilsey ritiene però che nessuno dei due gruppi disponga oggi della capacità di ripetere un attacco della portata di quello del 2001.

Il terrorismo, scrive l’autore, si è fatto più prossimo e più minuto: radicalizzazione solitaria in Africa occidentale e nei paesi occidentali, coltelli da cucina o automobili di famiglia al posto di attentati coordinati su larga scala. Anche l’ipotesi di un attacco chimico o biologico di massa, temuta negli anni Novanta dopo l’attacco di Aum Shinrikyo alla metropolitana di Tokyo, viene ridimensionata: la complessità operativa di tali attacchi ne facilita l’intercettazione da parte dei servizi di sicurezza, oggi assistiti anche dall’intelligenza artificiale nel monitoraggio di pattern di viaggio anomali e acquisti di precursori.

Il commento passa in rassegna le altre candidate a shock globale: gli attacchi cibernetici, temuti negli anni 2000 secondo le previsioni di Richard Clarke, oggi contenuti da difese più solide; le pandemie, con il Covid-19 che avrebbe causato secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la morte dello 0,09% della popolazione mondiale, una quota lontana dal 40% attribuito alla peste nera del 1347-1352; i droni, la cui traiettoria di sviluppo in Ucraina dal 2022 lascia presagire un uso imminente contro infrastrutture critiche come le centrali nucleari, dopo il primo tentativo di assassinio tramite drone contro il presidente Maduro nel 2018.

Il pericolo maggiore, per Willasey-Wilsey, resta l’uso di un’arma nucleare per la prima volta dal 1945. L’autore richiama tra nove e ventidue quasi-incidenti nucleari registrati durante la Guerra Fredda secondo diversi think tank, e osserva come oggi la paura popolare del nucleare sia sostanzialmente svanita, mentre leader come Trump, Putin, il primo ministro indiano Modi e il feldmarshal pakistano Asim Munir hanno evocato la possibilità d’uso in circostanze non estreme. A ciò si aggiunge la prassi di colpire vicino a impianti nucleari, dalla centrale di Zaporizhzhia a Chernobyl, dai siti iraniani vicino a Dimona alle basi pakistane con vettori nucleari colpite dall’India nel maggio 2025.

Un’università di Rutgers ha calcolato che un conflitto indo-pakistano con 150 testate nucleari produrrebbe oltre cento milioni di morti e una carestia globale da disastro climatico. L’autore chiude segnalando che l’accelerazione dei tempi decisionali imposta da missili più rapidi rende la consultazione umana informata quasi impossibile, aprendo la tentazione di delegare le decisioni all’intelligenza artificiale.

Il commento di GrNet.it

L’analisi di Willasey-Wilsey non affronta un punto che riguarda direttamente l’Italia e l’intera architettura di deterrenza NATO in Europa: se la soglia percepita per l’uso tattico di un’arma nucleare si abbassa altrove, l’effetto di erosione della norma del non-uso non resta confinato al subcontinente indiano o al fronte ucraino, ma si riflette sulla credibilità della condivisione nucleare con Washington su cui si basa anche la postura italiana. I 25 secondi di allerta pakistani raccontati nel testo non sono un dettaglio locale, ma un dato di scala che qualsiasi pianificatore europeo dovrebbe considerare quando discute di tempi di reazione e di comando politico in caso di crisi. Manca, nel testo, una riflessione su cosa significhi per gli alleati europei minori operare in scenari dove la decisione nucleare, per definizione riservata a poche capitali, viene compressa in finestre temporali incompatibili con qualsiasi consultazione alleata. Resta comunque significativo che un think tank di tradizione tecnico-militare come RUSI sposti l’attenzione dal terrorismo, tema che ha dominato il dibattito di sicurezza per un quarto di secolo, al rischio di normalizzazione del linguaggio nucleare tra le classi dirigenti.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 9 luglio 2026

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