Il test missilistico sottomarino cinese e la corsa al secondo colpo nucleare

Lunedì scorso la Cina ha lanciato un missile balistico a lungo raggio da un sottomarino verso il Pacifico meridionale, provocando reazioni nervose in diversi paesi dell’area indo-pacifica. Lo ricostruisce Responsible Statecraft, il portale del Quincy Institute, secondo cui si tratta soltanto della terza volta nella storia in cui Pechino lancia un missile a lungo raggio direttamente nell’oceano Pacifico: la prima nel 1980, la più recente nel settembre 2024.
Pechino ha definito la manovra un addestramento di routine, ma l’autore James Park osserva che nella prassi cinese di collaudo missilistico è tutt’altro che consueta. La Cina ha storicamente preferito traiettorie molto rialzate all’interno del proprio territorio, per evitare sorvoli di paesi terzi o cadute in acque internazionali; tuttavia questi test verticali non riproducono pienamente le condizioni di un volo intercontinentale, mentre un lancio in mare aperto consente di raccogliere dati su precisione di guida e prestazioni dell’intera traiettoria che i test domestici più brevi non possono validare.
L’elemento tecnico più rilevante, secondo l’analisi, è che il lancio è avvenuto da un sottomarino a propulsione nucleare, mentre i test precedenti partivano da lanciatori terrestri. Questo segnala il progresso di Pechino verso forze nucleari più mature e sopravvivibili, e in prospettiva verso una capacità di secondo colpo più affidabile: la componente sottomarina viene indicata da esperti nucleari come l’anello debole della triade cinese, accanto ai lanciatori terrestri e alle armi aria-suolo. I sottomarini in acque profonde sono molto più difficili da individuare via satellite rispetto alle forze terrestri, il che garantirebbe alla Cina capacità di ritorsione anche in caso di distruzione delle forze basate a terra.
Sul piano geopolitico, Pechino ha negato che il test fosse un segnale rivolto a un paese specifico, e Park riconosce che una prova del genere richiede mesi di pianificazione. Resta però che il lancio è avvenuto pochi giorni dopo il dispiegamento statunitense di un sistema di difesa missilistica tipo Iron Dome in Giappone, e poche ore dopo la firma di un trattato di difesa reciproca tra Australia e Figi.
L’analisi colloca l’episodio in un contesto regionale sempre più teso: dopo le dichiarazioni del novembre 2025 della premier giapponese Sanae Takaichi che legavano la difesa di Taiwan alla sopravvivenza nazionale del Giappone, Pechino ha adottato una postura più aggressiva verso Tokyo, spingendo il Giappone a rafforzare l’integrazione militare con Stati Uniti e Filippine. Anche Manila ha inasprito la propria linea su Pechino nelle dispute nel Mar Cinese Meridionale, mentre la Cina ha intensificato esercitazioni congiunte con la Russia.
Park conclude descrivendo un dilemma di sicurezza che si autoalimenta: Washington e i suoi alleati vedono nel riarmo cinese e nella retorica su Taiwan una giustificazione per rafforzare la deterrenza e l’integrazione militare alleata, mentre Pechino considera le proprie attività una risposta necessaria a un presunto tentativo statunitense di accerchiamento. L’esito probabile, secondo l’analisi, è un rafforzamento reciproco delle percezioni di minaccia che, in assenza di diplomazia e rassicurazione reciproca, rischia di accelerare una corsa agli armamenti regionale destabilizzante.
Il commento di GrNet.it
Un sottomarino che emerge silenziosamente dalle acque profonde per lanciare un vettore balistico racconta più di qualsiasi comunicato ufficiale sulla direzione che Pechino intende dare alla propria deterrenza. Per un osservatore con formazione militare, il dato tecnico conta più della cornice diplomatica: completare la componente sottomarina della triade significa rendere meno vulnerabile la capacità di secondo colpo, e questo cambia i calcoli di ogni potenza che opera nell’Indo-Pacifico, Stati Uniti in testa. L’Italia resta ai margini geografici di questa dinamica, ma non di quella industriale e dottrinale: la Marina Militare osserva da tempo come la sopravvivenza in immersione prolungata sia diventata la vera metrica di credibilità strategica, non solo per le potenze nucleari. Vale la pena chiedersi se la spirale descritta dall’analisi, fatta di deterrenza che genera deterrenza, non riguardi indirettamente anche i teatri europei, dove meccanismi simili di azione-reazione si osservano da anni sul fronte orientale della NATO.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 10 luglio 2026




