Pechino e Mosca: alleanza strategica pragmatica, non ideologica

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, il recente vertice tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin – il loro quarantesimo incontro dal 2012 – ha confermato la resilienza della partnership sino-russa, ma ha anche evidenziato i vincoli strutturali che ne limitano l’evoluzione verso un’alleanza piena. Mentre i media internazionali si sono concentrati sulla chimica personale tra i leader, la realtà geopolitica sottostante rivela una relazione costruita su interessi strategici calcolati piuttosto che su legami ideologici o di fiducia reciproca.
La dichiarazione congiunta del vertice, incentrata su un «mondo multipolare» e su «nuove relazioni internazionali», riflette l’obiettivo condiviso di indebolire la dominanza dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Per Mosca, questa partnership rappresenta un’ancora di salvezza economica e geopolitica in un contesto di isolamento occidentale; per Pechino, offre un contrappeso affidabile agli Stati Uniti e una piattaforma per promuovere visioni alternative della governance globale.
Tuttavia, la geografia rimane il fattore più duraturo che lega i due paesi. Il confine terrestre sino-russo di 4.300 chilometri – circa la larghezza del continente europeo – rende impossibile per entrambi sostenere un’ostilità prolungata. Per la Cina, relazioni stabili con Mosca assicurano il fianco settentrionale e riducono il rischio di accerchiamento da sud. Per la Russia, il partenariato con Pechino offre resilienza economica in un momento di relazioni danneggiate con l’Occidente.
Nonostante questa convergenza, la partnership rimane caratterizzata da un allineamento pragmatico piuttosto che da una fiducia profonda. Un elemento critico riguarda la cooperazione energetica: sebbene il commercio di petrolio e gas russo verso la Cina sia aumentato significativamente dalla guerra in Ucraina, Pechino ha deliberatamente evitato di creare una dipendenza eccessiva da Mosca. Progetti a lungo discussi, come il gasdotto Power of Siberia 2, procedono lentamente nonostante gli endorsement retorici. La Cina, consapevole dei rischi di una dipendenza da un unico fornitore, ha diversificato le sue fonti energetiche nel Medio Oriente, in Asia centrale, in Africa e nei mercati globali del gas naturale liquefatto.
Inoltre, Pechino e Mosca non condividono tutte le priorità geopolitiche. Mentre entrambe si oppongono alla dominanza americana, la Cina rimane più profondamente integrata nell’economia globale e ha molto più da perdere da un’instabilità prolungata. Pechino persegue l’influenza sistemica attraverso l’interdipendenza controllata; Mosca spesso cerca la leva attraverso la destabilizzazione dei punti critici globali. Questo spiega perché la Cina ha mantenuto legami economici con l’Europa e ha evitato di provocare sanzioni secondarie sufficientemente severe da compromettere la sua già fragile crescita domestica.
Il vertice Xi-Putin ha quindi messo in luce una relazione definita meno dall’ideologia che dall’utilità strategica calibrata. Entrambi i lati traggono beneficio dall’apparire uniti sulla scena mondiale, ma i vincoli strutturali – geografici, economici e strategici – impediscono una convergenza totale.
L’analisi di Chatham House offre una lettura sobria della dinamica sino-russa che contrasta con la retorica di «alleanza indissolubile» spesso diffusa nei media. Per l’Italia e la NATO, il dato rilevante è che questa partnership, pur duratura, non è monolitica: Pechino mantiene margini di manovra significativi e non è disposta a sacrificare i propri interessi economici globali per solidarietà verso Mosca. Questo suggerisce che la pressione occidentale su Pechino – in particolare sul fronte delle sanzioni secondarie e della tecnologia – conserva una certa efficacia, poiché la Cina continua a calcolare il costo-beneficio della sua vicinanza a Mosca. Per l’Europa, il messaggio è che non esiste un blocco monolitico Cina-Russia contro l’Occidente, ma piuttosto una coesistenza pragmatica dove gli interessi economici cinesi rimangono un fattore di differenziazione.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 21 maggio 2026




