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Il piano di investimento britannico arriva in ritardo sulla minaccia russa

Secondo un’analisi di Nick Witney per lo European Council on Foreign Relations (ECFR), il Defence Investment Plan (DIP) pubblicato dal governo britannico non è all’altezza della sfida posta dalla Russia né del mutamento geopolitico innescato dalla presidenza di Donald Trump. L’autore struttura la sua valutazione attorno a tre domande, e le risposte, scrive, lasciano poco spazio all’ottimismo.

Sulla minaccia russa, il giudizio è parzialmente positivo: il DIP investe correttamente su cyber-difesa, dominio elettromagnetico e robotica subacquea, nell’ambito dei 5 miliardi di sterline stanziati per i droni. Ma Witney contesta la conclusione del piano secondo cui una difesa aerea e missilistica integrata efficace può realizzarsi solo come impresa collettiva della NATO: ricorda che è bastato un drone deviato per far cadere il governo lettone lo scorso maggio, e si chiede dove siano le proposte per accelerare la produzione di missili di MBDA, azienda europea leader del settore, per un terzo di proprietà britannica.

Sul secondo fronte, l’adeguamento alle lezioni ucraine, il giudizio è di insufficienza. Il conflitto ha imposto un passaggio dai sistemi tradizionali — aerei, navi, carri armati, oggi esposti a vulnerabilità profonde — a reti di sensori e sorveglianza collegate da sistemi di comando basati sull’intelligenza artificiale, con cicli di sviluppo e aggiornamento ridotti a giorni o addirittura ore. Il DIP prevede un nuovo Digital Targeting Web e integra droni accanto a piattaforme di nuova generazione, come i velivoli senza pilota abbinati al caccia Tempest. Tuttavia la parte prevalente degli investimenti resta indirizzata verso i grandi programmi tradizionali: lo stesso Tempest, il deterrente nucleare, il programma AUKUS con Stati Uniti e Australia per i futuri sottomarini a propulsione nucleare, gli elicotteri. Il piano dichiara l’intenzione di disinvestire dalle capacità superate, ma nella pratica, osserva Witney, l’unico taglio concreto riguarda alcuni cacciatorpediniere e fregate di vecchia concezione, mentre le portaerei restano fuori discussione.

Il terzo elemento, il rapporto con l’amministrazione Trump, è quello giudicato più debole. Nonostante Trump si sia schierato con Vladimir Putin sull’Ucraina, abbia minacciato la Danimarca sulla Groenlandia e promesso riduzioni delle truppe americane in Europa, il DIP ribadisce che gli Stati Uniti restano l’alleato più stretto del Regno Unito in materia di difesa e sicurezza. Emblematica, per Witney, la decisione di acquistare ulteriori caccia F-35 per il trasporto di bombe nucleari statunitensi, quando già sei alleati NATO europei offrono questa capacità: una scelta che espone il tema del controllo sovrano su software di cui gli americani non condividono il codice sorgente, con voci non confermate su un possibile «kill switch» azionabile da remoto.

L’analisi richiama infine i sondaggi ECFR secondo cui il 63% dei britannici privilegerebbe la cooperazione con l’Europa contro il 19% orientato verso gli Stati Uniti, segno che l’opinione pubblica avrebbe già superato l’establishment della difesa nel prendere atto delle conseguenze della svolta geopolitica di Trump.

Il commento di GrNet.it

Il Regno Unito continua a comportarsi come se la special relationship con Washington fosse un dato acquisito, mentre l’evidenza raccolta da ECFR mostra un establishment della difesa che rinvia scelte già maturate nell’opinione pubblica. Per l’Italia, che condivide con Londra l’appartenenza al programma Tempest attraverso GCAP, la questione del controllo sul codice sorgente e sui sistemi di comando digitali non è un dettaglio tecnico: riguarda direttamente l’autonomia operativa di una piattaforma su cui Roma ha investito risorse industriali significative. Il caso degli F-35 britannici destinati al trasporto di bombe nucleari statunitensi, con il sospetto di un dispositivo di disattivazione remota, dovrebbe essere motivo di attenzione anche per la componente italiana della difesa aerea a doppia capacità. Resta da vedere se la classe dirigente italiana, come quella britannica secondo Witney, sconti lo stesso scarto tra prudenza istituzionale e percezione pubblica del rischio.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 3 luglio 2026

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