Il ritorno della guerra Iran-USA rischia di destabilizzare il Nord Africa

Il 13 luglio scorso, dopo i nuovi raid statunitensi contro l’Iran dell’8 luglio, il traffico nello Stretto di Hormuz è tornato ai minimi mentre i prezzi globali del petrolio hanno ripreso a salire: è il punto di partenza da cui l’European Council on Foreign Relations, ECFR, in un’analisi firmata da Tarek Megerisi, ricostruisce l’impatto della ripresa del conflitto tra Washington e Teheran sul Nord Africa.
La regione, sostiene l’autore, sta ancora smaltendo gli effetti della prima fase dei combattimenti dei mesi precedenti. Le finanze di Egitto e Tunisia sono sotto pressione, l’equilibrio di potere tra Marocco e Algeria appare instabile e anche l’assetto politico libico resta precario. La chiusura dello Stretto di Hormuz a febbraio e gli attacchi ai terminal energetici del Golfo avevano già sconvolto i bilanci pubblici regionali: la Tunisia, che aveva costruito il proprio bilancio su un prezzo del petrolio di 63 dollari al barile, si è trovata a fronteggiare quotazioni oltre i 100 dollari, arrivando quasi a esaurire le riserve d’emergenza. L’Egitto ha dovuto rivolgersi alla Libia e ai mercati spot dopo che Israele ha dichiarato force majeure sulle esportazioni di gas, imponendo persino il blackout notturno nelle metropoli dopo le 21.
L’analisi segnala anche il colpo subito dall’industria dei fertilizzanti, cruciale per le economie nordafricane: le esportazioni di urea e zolfo sono state colpite, penalizzando il Marocco, primo esportatore mondiale di fosfati, ed Egitto, tra i maggiori produttori ed esportatori di fertilizzanti. In una regione che importa oltre metà del proprio fabbisogno alimentare, l’insicurezza alimentare era già raddoppiata tra il 2019 e il 2024.
Secondo Megerisi, la sfida di lungo periodo riguarda i flussi valutari da cui dipendono le importazioni. Le rimesse dal Golfo restano vitali: verso il Marocco hanno raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, l’8% del PIL, con una crescita del 10% nel 2026; in Tunisia valgono 2,6 miliardi di euro, il 30% delle riserve valutarie; in Egitto sono cresciute del 40,5% su base annua fino a 36,2 miliardi di euro, il 12% del PIL. Anche gli investimenti del Golfo, decisivi per Egitto, Tunisia e Marocco (dove gli Emirati Arabi Uniti coprono il 19% degli investimenti diretti esteri), sono ora considerati a rischio.
L’autore descrive una rivalità Algeria-Marocco in fase di intensificazione, con Algeri che sfrutta i prezzi energetici elevati per rafforzare la propria posizione mentre gli alleati tradizionali di Rabat, Stati Uniti, Emirati e Israele, sono assorbiti da altre priorità. In Libia, i prezzi alti hanno spinto Turchia e Stati Uniti a proporre un nuovo accordo politico basato sullo sviluppo energetico, suscitando proteste diffuse.
Di fronte a questo scenario, ECFR propone che i paesi europei, tra cui Italia, Francia e Spagna, offrano o prestino a basso costo i propri Diritti Speciali di Prelievo per sostenere le riserve valutarie regionali, ed estendano lo strumento europeo per la sicurezza alimentare nel vicinato meridionale, dando attuazione concreta al Patto per il Mediterraneo dell’Unione europea.
Il commento di GrNet.it
Trentasei miliardi e duecento milioni di euro di rimesse verso l’Egitto nel solo 2026, con una crescita del 40,5% su base annua: è la cifra che misura quanto le economie nordafricane siano ormai ostaggio di flussi finanziari originati nel Golfo e dunque esposte a ogni scossa del conflitto Iran-USA. Per l’Italia, che affaccia direttamente su questa sponda, il rischio non è astratto: instabilità sociale in Tunisia o in Libia si traduce storicamente in pressione migratoria e in minore prevedibilità degli approvvigionamenti energetici, gas libico e algerino compresi. L’analisi ECFR propone uno strumento concreto, i Diritti Speciali di Prelievo, che richiede però una volontà politica coordinata tra Roma, Parigi e Madrid difficile da dare per scontata. Restare passivi, come nota l’autore, significherebbe assumere la posizione meno conveniente in termini geopolitici proprio nel momento in cui si aprirebbe un margine di iniziativa.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 15 luglio 2026




