Bosnia, i nazionalisti vincono e Dodik resta influente nonostante il divieto

Nel 1995 gli Accordi di Dayton chiusero la guerra in Bosnia-Erzegovina (BiH) con un sistema di condivisione del potere tra bosgnacchi, serbi e croati. A 31 anni di distanza, le elezioni del 4 ottobre non mostrano segnali di cambiamento. È la lettura di Giorgio Cafiero in un articolo pubblicato da Responsible Statecraft: i partiti nazionalisti hanno prevalso in entrambe le entità del paese, e il quadro internazionale che per decenni ha sorretto l’assetto postbellico si va sfilacciando.
Nella Republika Srpska gli alleati di Milorad Dodik, leader di fatto dell’entità serbo-bosniaca, hanno vinto con ampio margine. Dodik non poteva candidarsi, ma la sua Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD) ha comunque ottenuto una vittoria netta. Nella Federazione di Bosnia-Erzegovina hanno dominato i partiti nazionalisti bosgnacchi e croati.
Leila Bičakčić, direttrice del Center for Investigative Reporting, osserva che Dodik esce dalla stagione delle sanzioni statunitensi più forte di prima. Ha mantenuto rapporti con Stati Uniti, Russia, Israele e movimenti nazionalisti europei. Per Bičakčić il caso mostra quanta autorità politica in BiH si eserciti fuori dalle istituzioni a cui formalmente spetterebbe.
Washington ha nel frattempo cambiato linea: l’amministrazione Trump ha revocato le sanzioni imposte a Dodik e ai suoi alleati per le ambizioni separatiste e le presunte corruzioni. Il giornalista Dejan Sajinovic parla di «quid pro quo» e di una politica estera americana più transazionale. Ricorda che la Republika Srpska ha speso oltre 4 milioni di dollari dall’inizio del 2025 per lobbisti e intermediari vicini a Trump. I termini di un’eventuale intesa restano poco chiari, ma al centro c’è un accordo energetico controverso.
Il progetto è il gasdotto Southern Interconnection, che collegherebbe la BiH alla rete croata e al terminale GNL di Krk, riducendo la dipendenza dal gas russo. La contestazione riguarda la scelta, per legge e senza gara, di AAFS Infrastructure and Energy come investitore capofila e operatore. La società ha sede nel Wyoming, è stata costituita da poco ed è guidata da Jesse Binnall e Joe Flynn, vicini a Trump. I critici segnalano scarsa trasparenza e l’assenza di esperienza specifica. Poco prima del voto, inoltre, due consiglieri politici di Trump, James Blair e Chris LaCivita, sono stati in Republika Srpska per assistere il governo locale. Entrambi hanno ricevuto centinaia di migliaia di dollari tramite uno studio legale di Washington incaricato dall’entità. Trump ha dichiarato che li allontanerà se il loro lavoro nei Balcani entrerà in conflitto con gli interessi della Casa Bianca.
Sul sistema di Dayton le voci locali divergono. Tanja Topic, analista di Banja Luka, lo giudica «troppo stretto per il normale funzionamento» del paese, tra blocchi decennali a livello statale e norme che discriminano chi non si riconosce in uno dei tre popoli costituenti. Sajinovic invita a non attribuire a Dayton ogni colpa: le identità plurali rendono inevitabile una forma di potere decentrato, e il guaio sta nelle élite che sfruttano complessità e veti per tutelare la propria posizione.
Per l’Unione europea, scrive Cafiero, il voto mette alla prova la capacità dell’allargamento di indurre riforme. La BiH ha ottenuto lo status di candidata nel 2022 e il via libera ad aprire i negoziati nel 2024, ma il percorso è fermo per riforme non realizzate, tra cui la vigilanza giudiziaria e il contrasto alla corruzione. Il tema è uscito dal dibattito, sostituito dal timore di un nuovo conflitto.
Quanto alla Russia, Dodik ha incontrato Vladimir Putin 11 volte dal 2022, l’ultima pochi giorni prima del voto. Vuk Vuksanović, del King’s College London, sostiene che Mosca «guadagna senza compiere alcuno sforzo» osservando le difficoltà di Washington e Bruxelles. Igor Novaković, dell’ISAC Fund, ridimensiona il ruolo russo: impegnata in Ucraina, Mosca non avrebbe una strategia per i Balcani occidentali e si limiterebbe a sostegno verbale, disinformazione e, forse, operazioni ibride contro l’Europa occidentale.
Secondo l’autore, la BiH ha funzionato meglio quando le grandi potenze concordavano sulla sua direzione. Oggi le divisioni interne all’Europa e tra Washington e Bruxelles lasciano più margine agli attori locali. L’affluenza è calata di otto punti rispetto al 2022, mentre economia, emigrazione e stallo politico restano le preoccupazioni principali. Il testo esclude un ritorno inevitabile alla guerra, ma parla di motivi di preoccupazione.
Il commento di GrNet.it
Il testo non dice nulla della dimensione militare di Dayton, e il silenzio pesa: un assetto politico che si sfilaccia presuppone che qualcuno ne garantisca ancora la cornice di sicurezza sul terreno. Per un paese adriatico come l’Italia la domanda non è accademica, perché le valutazioni divergenti sul peso reale di Mosca, riportate dall’autore, portano a posture di deterrenza e monitoraggio molto diverse. Anche il gasdotto con Krk, presentato come alternativa al gas russo, andrebbe letto in questa chiave: più che un’infrastruttura energetica, è una variabile della stabilità regionale che Roma ha interesse a seguire con attenzione.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 8 ottobre 2026




