Una NATO più piccola per salvare l’alleanza, la proposta di Responsible Statecraft

Nell’estate del 2026, trent’anni dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, il Pentagono ha sottoposto agli alleati NATO un questionario che chiedeva se condividessero, almeno in parte, le priorità di politica estera statunitensi. La stampa lo ha ribattezzato «test di lealtà», e in Europa è stato letto come l’ennesimo segnale di logoramento dell’alleanza per capriccio americano. Johan Wennstrom, in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft (Quincy Institute), sostiene invece che si tratti della manifestazione di uno stress strutturale, non di un’improvvisa svolta di Washington.
Secondo l’autore, le radici della crisi attuale non stanno nella rielezione di Donald Trump nel 2024, ma nella scelta compiuta trent’anni prima: dopo la fine dell’Unione Sovietica, la NATO abbandonò il proprio ruolo di alleanza difensiva ancorata all’Atlantico per abbracciare una missione normativa, definita «alleanza di valori», estesa anche a paesi privi di reali capacità difensive. L’ammissione della Svezia nel 2024 viene citata come l’ultimo capitolo di un percorso di allargamento perseguito, scrive Wennstrom, «a prescindere dall’idoneità» dei nuovi membri.
L’autore richiama le riflessioni del filosofo Roger Scruton sull’Europa orientale post-comunista, dove gli stati liberati cercavano di recuperare identità nazionali soppresse da quarant’anni di occupazione, per ritrovarsi invece incorporati in un’Unione europea che riduceva il continente a una vasta area commerciale. Citando lo storico Peter Apps, Wennstrom definisce NATO ed EU «controversie organizzate», istituzioni chiamate a comporre differenze talvolta irriconciliabili tra i membri: il prezzo pagato per l’ampiezza è stata la coesione, con il segretario generale trasformato da «catalizzatore di consenso» (definizione di Javier Solana) a una sorta di frustrato capogruppo disciplinare.
Il ritiro americano sotto Trump viene descritto come acceleratore, non causa, di un assetto già instabile, paragonato al ritiro sovietico del 1989 sotto Gorbačëv dai governi satelliti. La risposta del segretario generale Mark Rutte e delle principali capitali europee, la cosiddetta «NATO 3.0» discussa al summit di Istanbul di luglio, si limiterebbe secondo l’autore a scaricare l’onere finanziario sui membri non statunitensi, lasciando intatta la logica di fondo.
La proposta alternativa di Wennstrom è una NATO a carattere più nazionale, dove la solidarietà militare piena scatterebbe solo in caso di minaccia contro tutti i membri, lasciando ciascuno libero di partecipare alle missioni globali secondo i propri interessi. L’esempio citato è la Spagna, criticata per essersi concentrata sulla frontiera meridionale invece che sull’Ucraina, salvo poi essere rimproverata per non aver gestito la crisi migratoria di Ceuta. In scenari di minaccia condivisa, come la chiusura permanente dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran o un’annessione cinese di Taiwan, ogni membro contribuirebbe secondo le proprie possibilità: la Svezia, con un esercito ridotto ma un’industria della difesa avanzata, potrebbe diventare «l’officina della NATO». Il perno di questa riforma sarebbe una riscrittura dell’articolo 5, oggi vincolante solo ad azioni che ciascun membro «ritenga necessarie», per introdurre un obbligo esplicito di sostegno militare.
Il commento di GrNet.it
Una NATO che rinuncia all’automatismo dell’articolo 5 in cambio di una fedeltà più genuina nei casi di minaccia condivisa: la proposta capovolge la logica seguita finora, che ha cercato di allargare vincoli e membership contemporaneamente. Per l’Italia, storicamente tra i paesi che invocano flessibilità sulle missioni fuori area e rigidità sulla difesa del fianco sud, uno schema di questo tipo offrirebbe margini di manovra reali, ma introdurrebbe anche il rischio opposto: che in una crisi mediterranea Roma si trovi a chiedere solidarietà a partner abituati a considerarla questione nazionale. L’esempio spagnolo di Ceuta richiamato nell’analisi è istruttivo proprio in chiave italiana, perché mostra come la stessa capitale possa essere accusata di disimpegno su un fronte e di miopia sull’altro. Resta aperta la domanda su chi stabilirebbe, caso per caso, se una minaccia rientra tra quelle «condivise» che attivano l’obbligo pieno.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 3 settembre 2026




