L’Europa esclusa dai negoziati Iran: come ha perso influenza in Medio Oriente

Quando il presidente Donald Trump ha annunciato una possibile intesa con l’Iran, ha contattato preliminarmente i principali attori regionali – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Turchia, Pakistan, Egitto, Giordania e Israele – ma nessuna capitale europea figurava nella lista. Secondo l’analisi del Quincy Institute, questa assenza rappresenta il culmine di un processo di marginalizzazione europea nella diplomazia mediorientale, un contrasto stridente con il ruolo centrale che l’Europa aveva giocato nel negoziato sul nucleare iraniano del 2015 (JCPOA).
Le ragioni di questa esclusione sono molteplici. Da un lato, vi sono fattori esterni: l’ostilità dichiarata di Trump verso i leader europei e il suo desiderio di rivendicare il merito esclusivo di un eventuale accordo. Dall’altro, gli attori regionali – in particolare i Paesi del Golfo, l’Egitto, la Turchia e il Pakistan – hanno interessi esistenziali nel contenimento del conflitto con l’Iran: si trovano nel raggio d’azione dei missili iraniani e un’escalation comporterebbe rischi di collasso economico, destabilizzazione dei confini e conflitti settari su scala regionale. Per l’Europa, sebbene i costi energetici siano significativi (la Commissione europea ha stimato perdite di 500 milioni di euro al giorno), la posta in gioco non è della medesima natura.
Tuttavia, il fattore più determinante risiede nelle scelte europee stesse. Dopo il ritiro americano dal JCPOA nel 2018, l’Europa aveva lanciato INSTEX, un meccanismo commerciale per aggirare le sanzioni secondarie statunitensi, ma l’iniziativa fallì, convincendo Teheran che Bruxelles non avrebbe mai osato sfidare Washington. Nel 2025, i tre Paesi europei (E3) hanno poi attivato il meccanismo di «snapback» delle sanzioni nucleari presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonostante Russia e Cina avessero segnalato spazi ancora aperti per la diplomazia e l’Iran stesso avesse offerto nuove concessioni. Questo gesto ha consolidato la percezione iraniana che l’Europa fosse diventata un ausiliario degli Stati Uniti piuttosto che un mediatore imparziale.
La frattura si è approfondita dopo il 2022. La guerra in Ucraina ha riconfigurato la visione geopolitica europea secondo una logica amico-nemico basata sulla posizione verso la Russia. L’Iran, fornitore di droni a Mosca, è stato collocato nel campo avversario. Quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco contro l’Iran il 28 febbraio, leader europei come Ursula von der Leyen e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno offerto il loro pieno sostegno, con von der Leyen che ha successivamente formulato richieste unilaterali (fine del programma nucleare, cessazione delle «azioni destabilizzanti») ignorando i tentativi iraniani di negoziare un accordo vincolante e il fatto che l’escalation sia stata iniziata da Washington e Tel Aviv.
L’Unione Europea appare oggi priva di una strategia autonoma nel Medio Oriente. La dichiarazione della nuova Alta Rappresentante Kaja Kallas – secondo cui l’UE non ha una strategia perché «troppe cose accadono contemporaneamente» – contrasta drammaticamente con il ruolo dei suoi predecessori, che avevano guidato i negoziati iraniani sin dai primi anni 2000. Solo il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha mantenuto una posizione coerente e critica verso la guerra con l’Iran, ma una singola voce non può rappresentare il blocco.
Nonostante l’esclusione dai negoziati attuali, l’Europa potrebbe ancora svolgere un ruolo costruttivo nella fase post-bellica, sfruttando le proprie competenze in protezione ambientale e ricostruzione delle infrastrutture energetiche e idriche – aree di interesse sia per i Paesi del Golfo che per Teheran. Tuttavia, ciò richiederebbe un cambio di rotta: abbandonare l’approccio militarizzato e manicheo che caratterizza oggi la politica estera europea, per tornare alle tradizionali leve di influenza soft power e competenza tecnica.
La marginalizzazione europea in Medio Oriente rispecchia una dinamica che gli analisti militari italiani conoscono bene: quando un attore strategico perde coerenza operativa e credibilità nei confronti dei partner, viene progressivamente escluso dai tavoli decisionali. L’Europa ha commesso l’errore di promettere (INSTEX) senza consegnare, di dichiararsi mediatrice imparziale mentre si allineava agli interessi americani, e infine di subordinare la propria strategia mediorientale alla logica ucraina. Il contrasto con la posizione francotedesca del 2003 sull’Iraq è istruttivo: allora si rischiava l’isolamento per principio; oggi si accetta l’isolamento per debolezza. Per l’Italia, membro NATO ma con interessi commerciali e di sicurezza energetica nel Golfo, la lezione è che l’autonomia strategica non è un lusso ideologico, ma una precondizione per mantenere influenza quando gli equilibri globali si riassestano.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 maggio 2026




