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San Pietroburgo 2026: la Russia vende sovranità, non crescita

Può un forum economico internazionale funzionare senza investitori occidentali e senza dati credibili sulla crescita del paese ospitante? È la domanda che attraversa l’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, a firma di Michael Corbin, sulla 29ª edizione dello St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), svoltosi nei primi giorni di giugno 2026.

Il quadro macroeconomico russo con cui si è aperto l’evento era tutt’altro che rassicurante. Nei primi cinque mesi dell’anno il ministero dell’Economia russo (MinEcon) aveva già rivisto al ribasso le proprie stime di crescita del PIL, portandole dall’1,3% allo 0,4% per il resto del 2026. Putin, interpellato da un giornalista sulla stagnazione, ha evitato una risposta diretta e ha parafrasato lo scrittore americano Mark Twain, sostenendo che «le voci sulla mia morte sono state grandemente esagerate». Nel discorso plenario ha poi dichiarato di non intravedere «pericoli immediati» per l’economia, aggiungendo che la Russia si trova ora «allo stesso livello base con cui i paesi dell’Eurozona convivono da anni».

Sul fronte del bilancio, Putin ha riconosciuto un deficit in crescita, fissato al 2,6% del PIL, ma lo ha relativizzato citando il 3,1% dell’Unione Europea e il 5,9% degli Stati Uniti. Questa posizione contrasta con quanto riportato da Bloomberg nei giorni precedenti il forum: funzionari del ministero delle Finanze e della Banca centrale russa avrebbero segnalato al Cremlino che la spesa per la guerra in Ucraina si trova «su un percorso insostenibile». Non è passata inosservata l’assenza di Elvira Nabiullina, governatrice della Banca centrale, che avrebbe dovuto moderare diversi panel e si è invece dichiarata malata.

Per contenere le preoccupazioni, il ministro delle Finanze Anton Suliyanov ha annunciato che il bilancio russo potrebbe incassare quasi mille miliardi di rubli aggiuntivi grazie alle tensioni nello Stretto di Hormuz. Il vice capo di gabinetto del Cremlino Maxim Oreshkin ha invece rivendicato una crescita russa del 10% negli ultimi tre anni, a fronte del 3% europeo. Va segnalato che il Fondo Monetario Internazionale, in aprile, aveva stimato per la Russia una crescita del PIL 2026 all’1,1%, superiore alla proiezione del MinEcon ma distante dall’ottimismo ufficiale del Cremlino.

Sul piano della partecipazione internazionale, l’evento ha registrato oltre 20.000 presenze da circa 130 paesi, ma la composizione delle delegazioni riflette il progressivo isolamento russo dall’Occidente dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022. Nessuna delegazione ufficiale americana: Robert Agee, presidente della Camera di Commercio Americana (AmCham), ha smentito le voci in tal senso diffuse dai media russi. Sul fronte tedesco, l’unica presenza era quella di alcuni parlamentari del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), giunti a San Pietroburgo per discutere delle indagini sul gasdotto Nord Stream.

Al loro posto, il forum ha ospitato i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese Han Zheng e una folta delegazione saudita guidata dal ministro dell’Energia, principe Abdulaziz bin Salman Al Saud. L’Arabia Saudita, paese ospite dell’edizione 2026 nel centenario delle relazioni diplomatiche con Mosca, ha firmato 30 accordi di cooperazione in energia, istruzione e turismo. Il vicepremier Alexey Overchuk ha dichiarato che il 79% degli scambi commerciali russi avviene ormai con paesi del Sud globale e dell’Asia.

Secondo Corbin, il vero obiettivo dello SPIEF 2026 non era presentare dati economici convincenti, bensì riposizionare il forum come piattaforma di affermazione della sovranità economica russa e di consolidamento dei legami con i paesi BRICS, in vista del vertice BRICS in India previsto per settembre.

La distanza tra le dichiarazioni di Putin e le stime del suo stesso MinEcon è un segnale che merita attenzione analitica: quando un governo corregge al ribasso le proprie previsioni di crescita di oltre due terzi nel giro di pochi mesi, la narrativa ufficiale e i dati interni smettono di coincidere, e questo disallineamento ha ricadute sulla capacità di pianificazione della spesa militare nel medio periodo. L’assenza di Nabiullina al forum, letta insieme alle indiscrezioni Bloomberg sui timori del ministero delle Finanze, suggerisce che il dibattito interno russo sulla sostenibilità della spesa bellica sia più acceso di quanto il Cremlino voglia mostrare in pubblico: si tratta però di segnali indiretti, non di dati verificabili. Vale la pena distinguere tra ciò che è documentato — il taglio delle stime MinEcon, il deficit al 2,6%, la composizione delle delegazioni — e ciò che resta sul piano della dichiarazione politica, come le cifre sulla crescita BRICS citate da Putin con riferimento a FMI e Banca Mondiale, che andrebbero verificate nel contesto metodologico originale. Per un osservatore con formazione operativa, la vera variabile da monitorare non è il PIL russo in sé, ma la traiettoria della spesa per la difesa in rapporto alle entrate: se le proiezioni di stagnazione si confermassero, le pressioni sul bilancio militare potrebbero riflettersi sui ritmi di produzione e sostituzione dei materiali, con effetti che si misurerebbero non in settimane ma in trimestri.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 9 giugno 2026

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