Lo stretto di Hormuz: la «guida» americana che non è una scorta

Secondo un’analisi del Quincy Institute, l’amministrazione Trump ha lanciato l’iniziativa denominata «Project Freedom» per consentire il transito di navi commerciali bloccate nello stretto di Hormuz, controllato dall’Iran dopo i bombardamenti del 28 febbraio che hanno dato inizio al conflitto. Il presidente ha inquadrato l’operazione come un’esigenza umanitaria, sottolineando che i equipaggi soffrono carenze di viveri e condizioni igienico-sanitarie critiche, e ha avvertito che qualsiasi interferenza sarà «affrontata con forza».
Tuttavia, il piano operativo si è rivelato significativamente meno ambizioso rispetto alle dichiarazioni iniziali. Anziché effettuare scorte navali vere e proprie, la Marina americana fornirà consulenza ai capitani su come evitare mine e si manterrà «nelle vicinanze» con navi da guerra e aeromobili pronti a intervenire in caso di attacco iraniano. L’ammiraglio Bradley Cooper ha confermato che non esiste alcun piano per scortare fisicamente i mercantili attraverso lo stretto.
I mercati hanno reagito con indifferenza: il greggio Brent si attestava a 111 dollari al barile, suggerendo che gli operatori considerano gli annunci di Trump su progressi negoziali con l’Iran come frequentemente premature. Analisti internazionali hanno notato una certa stanchezza del mercato rispetto alle promesse di avanzamenti diplomatici.
L’approccio ricorda l’Operazione Earnest Will del 1987-1988, quando gli Stati Uniti scortarono navi kuwaitiane durante la guerra tra Iran e Iraq, con una flotta di circa 30 unità navali al culmine dell’operazione. Oggi la presenza americana nella regione è stimata in sole 16 navi, una differenza sostanziale in termini di capacità operativa. Durante quella precedente campagna si verificarono scontri significativi, danni da mine e perdite umane, inclusi i 37 marinai uccisi quando l’USS Stark fu colpito da missili iracheni il 17 maggio 1987.
L’Iran ha risposto con minacce esplicite. Il parlamentare Ebrahim Azizi ha avvertito che qualsiasi interferenza americana nel nuovo «regime marittimo» dello stretto sarà considerata una violazione del cessate il fuoco, mentre il portavoce delle Guardie della Rivoluzione, il generale Mohbi, ha dichiarato che i vascelli che non rispetteranno i «protocolli di transito» iraniani affronteranno «rischi seri» e saranno fermati con la forza. Nel corso dei primi giorni di operazione, si sono verificati incidenti: il 4 maggio la Marina americana ha affondato diversi piccoli battelli iraniani, mentre strutture petrolifere degli Emirati Arabi Uniti sono state colpite da droni e missili iraniani.
L’analisi suggerisce che, data la storia e lo stato attuale delle capacità militari, la strategia più realistica per Trump consiste nel fare affidamento su messaggistica e diplomazia piuttosto che sulla forza militare per stabilizzare i mercati petroliferi. Tuttavia, l’indifferenza mostrata dai mercati finanziari nei primi giorni lascia aperta la questione se questo approccio comunicativo avrà successo nel medio termine.
La discrepanza tra la retorica iniziale e la capacità operativa effettiva è un elemento che un militare riconosce immediatamente: 16 navi contro le 30 di Earnest Will rappresentano un vincolo strutturale serio. La storia dello USS Stark nel 1987 rimane un precedente che pesa sulle decisioni tattiche, e l’Iran lo sa. L’assenza di una vera scorta navale trasforma l’operazione in un esercizio di deterrenza comunicativa, il cui successo dipenderà dalla credibilità della minaccia di intervento piuttosto che dalla sua effettiva esecuzione. Per l’Italia e la NATO, questo scenario evidenzia come la stabilità nel Golfo Persico rimanga vulnerabile a dinamiche di escalation incontrollata, con implicazioni indirette sui flussi energetici europei.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 4 maggio 2026




